Un tranquillo pomeriggio di paura

Sono reduce dalla giornata di ieri, che ha duramente provato i miei nervi particolarmente eccitabili negli ultimi tempi.

Da qualche giorno in terapia autodiagnosticata con aerosol per via di una tosse che ci stiamo passando a vicenda in casa, manca poco che pure la gatta tossisca, facevo una salutare passeggiata per le vie del centro affollate di universitari in perenne scazzo e pensionati feroci in caccia degli ultimi regali di Santa Lucia.

Era tutta mattina che sentivo un certo malessere, tachicardia, costrizione al petto, fatica a respirare.

Poom. Mi è partita la placca.

Ho cominciato a pensare che la terapia non stava facendo effetto, il grigio che da giorni attanagliava la città mi ha sopraffatto anche la mente.

Un ritorno rocambolesco a casa e l’inevitabile telefonata a Doug: “Vieni a casa, voglio andare in ospedale”.

Seconda telefonata a mio padre per chiedergli di prendere la Julia all’asilo, ovviamente senza preavviso alle maestre che probabilmente domani mi urleranno dietro.

Ma si sa, quando parte la placca non ce n’è per nessuno.

La spedizione punitiva ha inizio: Doug, Sofia e la sottoscritta. Sempre più cianotica, sempre più tachicardica.

Arrivati al punto bianco – l’anticamera del pronto soccorso –  l’attesa sembra un’eternità, le facce di quelli che aspettano sono tutto tranne che malate, eppure sono tutti davanti a me che aspettano un dottore, c’è una sciattona butterata che potrebbe anche provare compassione per me che ho una bimba di sei mesi al seguito ma guai se mi fa passare.

Finalmente il mio numero, entro, spiego.

La dottoressa tutta arzilla mi ausculta subito, costringendomi a sollevare la maglia ormai pezzatissima.

Ora, cosa non vorreste sentire, se foste ipocondriaci e ansiosi di natura al limite di una crisi di nervi?

“Uhm, andiamo male”. “Uhm, sento qualcosa qui, come una massa sul polmone destro”.

A quel punto panico totale, hai voglia a cercare di recuperare il sangue freddo e la dottoressa a rivoltare la situazione su toni più moderati, ormai la mia testa vagava su mondi paralleli.

“Guarda, io non me la sento di farti andare a casa adesso, ti mando al pronto soccorso a fare i raggi”.

Oddio. Dove metto la Sofia? E la Julia, sarà arrivata a casa? Come faccio ad allattare? Quanto tempo starò là dentro?

Entrata al pronto soccorso, con salivazione pari a zero gioco la carta figlia di sei mesi al seguito ma l’infermiera mi zittisce subito “Ascolti, noi qui abbiamo infarti, traumi, ictus”.

Come non detto.

Assumo espressione da cane bastonato mi metto ad allattare e comincio a guardare la gente intorno a me, il che non aiuta. Stranieri, vecchi, ubriaconi, gente comune, tutti con quello sguardo di caos calmo.

E’ il mio turno, raggi e via ad aspettare.

Il tecnico dei raggi, dopo averlo impietosito, mi confida che secondo lui non c’è niente di serio.

Sarà, e se fosse…….?

Dopo tre ore di attesa in cui ho bruciato tutti i grassi in eccesso, arriva sullo schermo del mega nuovissimo pronto soccorso il N17.

Ora o mai più.

La dottoressa, la stessa che mi ha visitato in ingresso, mi guarda e non mi fa neanche sedere sulla sedia, prima di dirmi “Tutto bene.”

Ha già individuato il tipo di paziente.

“Hai solo una bella bronchite”.

E tante grazie alla scuola materna.

Good night, and good luck.

Annunci

Un pensiero su “Un tranquillo pomeriggio di paura

  1. Mi fa tornare in mente la mia attesa al Pronto Soccorso per lo sciacciamento del pollice di qualche settimana fa!!! quelli del P.S. secondo me ci godono a metterti l’ansia quando è cosa da nulla…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...