L’ossessione del controllo

Ho letto recentemente su Internazionale, un favoloso articolo di Katie Roiphe pubblicato sul Finanacial Times sull’illusione del controllo da parte dei genitori moderni.

Non poteva trovarmi più d’accordo.

L’ovulo viene fecondato e un neogenitore intraprende la strada nella pianificazione del figlio perfetto.

L’aumento dell’età media del primo figlio nelle coppie moderne può essere uno dei motivi per cui i neogenitori iniziano il viaggio all inclusive nel villaggio vacanze del genitore ineccepibile; si chiamano artisti per decorare la cameretta del nascituro, si prenotano vacanze con mini club esclusivi, si fanno preiscrizioni negli asili migliori.

La mania del controllo mista a moralismo e spirito di sacrificio inizia già dalle prime settimane di gravidanza, dilaga rapidamente il terrore di commettere qualche fatale errore che comprometterà in modo irreversibile il futuro neonato; ci sentiamo in colpa per un goccio di vino a tavola, veniamo guardate con diffidenza se gustiamo una fetta di salame o non laviamo la verdura fresca nel bicarbonato.

Sfogliamo riviste specializzate che propongono immacolate camerette dai lindi rivestimenti, passeggini dell’ultima generazione e coltiviamo inconsciamente l’immagine del pupo perfetto dentro la stanza perfetta.

Ancor prima che nasca abbiamo già comprato paracolpi, paraspigoli, copri prese, sterilizzatori e sigillatori di pannolini puzzolenti, nascondiamo ogni oggetto contundente nel giro di qualche chilometro e accatastiamo, spendendo capitali pur di non inventare niente, scatole di giochi che intrattengano il piccolo in ogni secondo di veglia.

Bisogna proteggere il bambino dal freddo, dai germi, dall’umidità, dalle cadute, dagli odori, dalla noia, da se stesso.

Ma proteggerlo non potrà risparmiargli la schifezza del mondo che lo farà crescere, la solitudine e la noia che lo renderanno più inventivo, la cattiveria degli amici che lo renderanno più avveduto.

In Italia c’è una battaglia senza quartiere a germi e batteri, i saponi all’Amuchina registrano il tutto esaurito nei supermercati e la politica del togliersi le scarpe prima di entrare in casa di bambini sta spopolando anche tra i miei amici, una volta ben poco igienisti.

Non serve a niente ricordare che un po’ di sana sporcizia aiuta di più a crescere un figlio sano che non farlo vivere in un ambiente asettico; la crociata del pulito non può essere fermata.

Il problema vero è che queste persone non riescono a staccarsi dal permanente ruolo di genitori correndo il rischio di fondere il concetto di età adulta con genitorialità; agli appuntamenti diventa sempre più raro poter esprimere un concetto o conversare “da grandi” perché l’attenzione è costantemente rivolta ai figli, bisogna vedere cosa stanno combinando, soffiargli il naso quando cola, spiegargli il politically correct del bambino educato, soddisfare ogni estenuante capriccio dei sempre più succubi bambini.

E’ curioso come la mia generazione sia invece cresciuta nel fumo passivo di genitori giovani e allegramente incoscienti, scolavo i bicchieri con i fondi di Lambrusco che mio nonno mi faceva assaggiare, non avevo para spigoli a proteggere la mia testa e non calzavo  scarpine anatomiche dalla modica cifra di settanta euro, eppure sono venuta su lo stesso.

Il brutto mondo l’ho conosciuto attraverso le prepotenze  degli amici e le disattenzioni dei famigliari, giocavo nel cortile comune coi bambini degli altri palazzoni e mia nonna si sgolava quando doveva chiamarmi, ma da qualche parte spuntavo sempre, puzzolente e sudata, spompata dal cemento di quel far west di periferia.

Quando i miei genitori invitavano a casa gli amici, noi bambini potevamo fare quel che ci pareva, mentre i grandi giocavano a carte fino a tardi noi imparavamo a conoscere il mondo dei grandi e sperimentare i primi pruriti.

Non c’erano manuali che riempiono oggi le librerie dai titoli tanto ridicoli quanto assurdi: “Un padre quasi perfetto” o “Nascere genitori”, diciamo che forse si cercava di usare il buon senso e la legge del come si può; la vita dei bambini non era satura di attività didattiche, musicali, artistiche o sportive, vigeva la regola non scritta del tempo morto e in certi meritati momenti ognuno pensava a sé.

La giornalista si chiede, ed io con lei, se tutto questo pianificare e controllare ogni aspetto della vita dei nostri figli non nasconda qualche delusione o rimpianto negli adulti stessi, un matrimonio che non funziona più come un tempo, un sogno riposto troppo alla svelta nel cassetto, un desiderio di avventura.

Lasciamo che l’istinto dei nostri figli li guidi, non sarà una sbucciatura o un raffreddore in più a renderli meno forti mentre aiutarli a saper superare le delusioni e a conoscere le imperfezioni della vita gli darà gli strumenti per diventare adulti più felici.

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2 pensieri su “L’ossessione del controllo

  1. Vivo da un’eternità con un marito che ha la mania del controllo e il mio più grande desiderio è vivere almeno un giorno senza orologio e senza programmi.

    • ..perché una mattina non esci senza orologio, senza meta, e senza avvisare nessuno e vai nel tuo posto preferito dove nessuno ti può trovare? Può durare un’ora o un’intera giornata non importa, quel che conta è che sia la tua scelta, il tuo momento.

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