Un americano in Italia

Il 27 febbraio del 2001 atterrava all’aeroporto di Malpensa un giovane americano che avrebbe cambiato per sempre le sorti del mio destino.

Ma a quell’epoca ancora non lo sapevo.

Ero troppo presa a digerire un colpo di fulmine finito con la stessa fretta di quando era cominciato.

Il piano era rimanere qualche mese, la consueta esperienza bohémien sperimentando una nuova cultura e via di ritorno in un altro paese smanioso di imparare l’inglese; dopo tanti anni in Africa, l’Italia era il primo paese civilizzato in cui viveva.

Qualche mese più tardi, nell’aspettare oziosa il mio germanico professore di tedesco e lui, la studentessa italiana di inglese, in una scuola di lingue incredibilmente deserta, ci siamo trovati.

E a parte l’eliminazione dell’intrigante ex fidanzata che viaggiava al seguito, il nostro viaggio è stato senza troppe turbolenze.

Correva l’anno 2001 e qualche barbuto invasato cambiava le sorti dell’America contemporanea in modo irreversibile dirottando due aerei che finirono sfasciati sulle Torri Gemelle mentre a Genova apriva il G8 e durante gli scontri tra le vie di una città fantasma veniva ucciso Carlo Giuliani.

A dieci anni dal suo arrivo, pare incredibile che sia ancora lui a pensare di avere trovato l’America in Italia; certo l’entusiasmo dei primi anni è scemato ma la voglia di credere negli italiani e nel traballante futuro di questo paese è rimasta intatta.

Parlategli di cud e dichiarazione dei redditi, prenotazioni cup, assegni famigliari, ufficio anagrafe, bolli auto e revisioni, manutenzione caldaia e controllo fumi, bandi per scuole materne e lui vi risponderà con calma zen, domandategli se conosce tutte le parti del maiale o le qualità di quel prosecco della Valdobbiadene ed entusiasta intratterrà con voi una discussione enogastronomica.

Irrimediabilmente spaccato tra due culture, è indulgente verso le debolezze di Mamma Italia e la sua società in declino mentre è sferzante con le falle del paese che ha lasciato, ma non toccategli Steinbeck, i barbecue e il baseball, lì salta fuori lo yankee che è in lui.

Dopo dieci anni in Italia di storie surreali, fraintendimenti comici, situazioni kafkiane ce ne sarebbero una marea, ma ancora adesso la mia preferita rimane quando guardando alla televisione il Gabibbo in compagnia dell’anziana proprietaria che gli affittava una stanza del suo appartamento, la ormai leggendaria vecchia babbiona gli domanda con ostentato orgoglio: Ma lo sai che lì dentro c’è un uomo?

 

 

 

 

 

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Un pensiero su “Un americano in Italia

  1. Insegnargli parole con l’accento sbagliato, quello è stato il GENIO, cara la mia Lella Mascetti.

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