Ritorno a casa con Julia

Pensavo ad un mio vecchio amico che a giorni diventerà padre per la prima volta.

Questa mattina il cielo è grigio e ventoso, e di riflesso la mente è tornata al giorno in cui siamo tornati a casa dall’ospedale con Julia.

Il ricordo è nitido nella mia mente come fosse ieri…

Il parto era stato da manuale, una dozzina di ore dall’inizio dei primi dolori, travaglio in acqua e con l’ausilio di un bel paio di forbici, Julia nasce.

Gioia, confusione, trambusto, sollievo e ancora gioia.

E incredulità, ma veramente l’ho fatta io?

Ogni donna che sperimenta un parto naturale conosce la sensazione di orgoglio per l’impresa compiuta.

Il problema è che nessuno ti prepara a quello che viene dopo.

La notte cala sull’ospedale, Doug va a casa, e di colpo mi ritrovo sola.

Sola non proprio. Con i dolori in ogni parte del corpo, l’adrenalina ancora in circolo, e naturalmente lei.

Che piange.

E non poco. Piange tutta notte.

Che fare? Nessuno mi aveva insegnato a calmare un bimbo che piange. Non so nemmeno tenerla in braccio, l’unica cosa che so è che devo stare attenta al collo.

Non conosco nemmeno filastrocche o ninnananne, l’unica che mi viene in mente fa: “ci son due coccodrilli ed un orangotango….” e sembra non funzionare.

Voi penserete che è la solita esagerazione per fare un po’ di spettacolo.

Nein.

Altrimenti non potrei dire che il giorno dopo, un paio di mamme mi hanno fermato chiedendomi: “Ah…allora era la tua bimba che piangeva ieri notte!”

Da allora sono un po’ suscettibile al pianto.

Ventiquattro ore dopo siamo in macchina che torniamo a casa. Ho la convinzione che una volta entrata in casa mia tutto si sistemerà, lì ho le mie cose, i miei comfort.

Voltiamo nella stradina che porta al cancello di casa ma c’è una macchina parcheggiata che ci impedisce di entrare.

Suoniamo il clacson più volte.

Niente.

Allora prendiamo l’ovetto -che pesa un fracasso di chili- e a piedi ci incamminiamo verso casa; io, un po’ claudicante per via di quelle forbici che citavo prima. Il vento soffia forte sollevando polvere e sporcizia, e una delle poche cose che ho sentito da qualche nonna è di non portare fuori i neonati quando c’è troppa aria.

Entro nel cortile di casa e la vicina siriana è alla finestra.

Lei: “Hai messo la panciera?”

Io: No.

Lei: “Eh, si vede…panciona!”

Inebetita, entro in casa.

Immediatamente sbuca la gatta dalla finestra miagolando impazzita, è due giorni che non ci vede e ha captato che c’è qualcosa di strano.

Dopo qualche minuto Julia esordisce con una grandissima cagata nera, meconio of course, e il fasciatoio con pannolini, garze, salviettine non è ancora operativo.

Il campanello suona.

Chi diavolo è? Non aspettiamo nessuno.

Mio nonno.

Naturalmente senza preavviso, vuol vedere la bambina ma di certo non la vuole sentire piangere; lui più di tutti detesta il pianto, sclera al primo versetto.

“Non glielo date il ciuccio?”  chiede fingendo noncuranza.

Capirà che al corso pre parto ci hanno ripetuto più volte di non dare il ciuccio nel primo mese di vita?

Secondo me, no.

Verso sera le cose si calmano un po’, mi addormento con Julia sul divano e dormo per qualche ora.

Poi d’improvviso mi sveglio, è notte ormai. Doug dorme in camera da letto. La casa è silenziosa, c’è solo una lampada accesa, mi giro e la vedo.

E’ ancora lì. Non si staccherà più da noi. Lei ci sopravvivrà.

E dipende da me in modo assoluto.

Boom. Quel senso immenso di responsabilità mi colpisce come un treno. Dentro di me c’è frastuono e paura.

Piango. Tutto sembra enorme ed io così impreparata.

Hey! Niente paura.

Il viaggio è lungo, a volte accidentato, pieno di curve, quasi mai lineare, ma è strepitoso e vale il biglietto.

E poi si sa, tutto passa e purtroppo in fretta.

 

 

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