Tra vicini

Quando abitavo con i miei genitori, le altre sette famiglie vivevano in quel palazzo già da decenni, eravamo noi i nuovi arrivati.  

Si sapeva vita, morte e miracoli degli altri abitanti, mio padre era l’amministratore del condominio e aveva libero accesso a pettegolezzi e screzi tra condomini.

Non che ci fossero tra tutti rapporti idilliaci ma c’era la condivisione di un luogo comune, una sorta di concordia del vivere quotidiano di una volta.

I nostri vicini di pianerottolo, una coppia anziana che da generazioni gestiva il trenino per bambini più antico della città, era talmente abituata ad entrare senza bussare in casa dei nostri predecessori, che mio padre dovette cambiare la maniglia della porta d’entrata.

La porta d’ingresso aprendosi aveva di fronte il bagno e in casa nostra non sempre si chiudeva la porta quando c’era una chiamata urgente…

Quando morì il marito dell’Aldina, la nostra dirimpettaia, la sentivo spesso conversare col suo sposo al di là del muro mentre piangeva, ed io, studentessa annoiata sul divano, avvertivo un vago senso di imbarazzo nel presenziare anche involontariamente a quell’altrui intimità.

Le estati in cui cominciavo a rimanere a casa da sola invece che andare in vacanza coi miei, per l’Aldina erano il pretesto perfetto per trovare un po’ di compagnia con la scusa di vigilare.

Ogni giorno aspettava che mi alzassi da letto e verso mezzogiorno bussava alla porta per aggiornarmi sugli ultimi pettegolezzi del piazzale, abitavamo all’ultimo piano senza ascensore e non usciva molto di casa per non dover salire quei settantasei scalini, eppure riusciva ugualmente a tenersi informata osservando dalla finestra i movimenti della gente in strada.

La narrazione degli eventi avveniva rigorosamente in dialetto.

Era un evento fisso che piaceva molto anche a me.

Poi, noi ragazzine siamo cresciute, i miei nonni si sono ammalati e i miei hanno venduto la nostra casa all’ultimo piano.

Al nostro posto adesso c’è una famiglia del sud, alcuni dei nostri vicini sono morti e l’Aldina vive in casa con suo figlio, ha novant’anni ma da quel che mi dice lui, tra una corsa e l’altra del trenino al parco, sembra che la sua tempra non sia cambiata.

La società è cambiata da quando l’Aldina bussava alla mia porta in cerca di chiacchiere, le vecchie signore che prendevano il fresco nella giornate bollenti nel sottoscala della casa popolare dei miei nonni, sono solo un ricordo.

Ma anche suonare per chiedere in prestito un limone, fare quattro chiacchiere fuori dall’ascensore o tenere per mezz’ora i figli dei vicini è diventato meno frequente, la vita nei condomini è sempre più spesso fatta di sospetto, liti tra vicini, regolamenti da rispettare.

Oggi che abbiamo trovato dei vicini con cui scambiare piccoli piaceri, bersi un caffè o spettegolare degli altri condomini, sento che c’è comunque qualcosa di diverso.

Quello che manca è il profumo della cena quasi pronta sul fuoco, è la spensieratezza delle giornate d’estate quando finiva la scuola, è mio padre che annaffiava con cura i bonsai sul balcone della nostra cameretta.

Inutile dirlo.

Quello che manca sono i miei vent’anni.

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