Benvenuti in America

Ora siamo in Paradiso.

Ma siamo passati per l’Inferno e il Purgatorio prima.

Il viaggio e’ finito dopo circa trentasei ore, il mantra “tutto passa” mi ha aiutato a convivere con l’attesa che ogni ora diventava, per una impaziente di natura, una piccola grande tortura. Se escludiamo la signora bolognese che sul volo Bologna Parigi ha cercato di uscire dall’aereo ancora fermo in pista per un sopraggiunto attacco di panico, (il che non e’ bello in presenza della sottoscritta che temeva uno dei suoi di attacchi) la prima tratta e’ stata facile. Sul secondo volo ci sentivamo arzilli, carichi, le bambine continuavano ad essere tranquille, hanno mangiato, e dopo qualche ora siamo riuscite a metterle a dormire. Grandioso. Poi, dopo un’ora di calma apparente, Sofia si e’ svegliata urlando facendo imprecare gli altri viaggiatori nei paraggi, che continuavano imperterriti (e infinitamente grati di non avere figli) a guardare gli invitanti film messi a disposizione da AirFrance e di cui noi non avremmo visto neanche dieci minuti, e ha continuato a strillare per una buona mezz’ora.

Da li’ il viaggio si e’ fatto veramente lungo. Stremati, abbiamo guardato speranzosi l’orologio. Ancora cinque ore di volo. E poi controllo passaporti, attesa valigie, un’ora di macchina nel rush hour di Detroit per raggiungere la casa dei nostri amici e il giorno dopo cinque ore di macchina fino all’arrivo a destinazione.

Ma come ho detto, tutto passa.

‘LittleJohn’, un omone nero enorme, mi ha preso le impronte digitali, ha registrato la mia pupilla sul computer, mi ha chiesto minaccioso se avevo fatto richiesta della green card e alla fine mi ha lasciato entrare nel suono americano.

In un attimo, tutto e’ tornato famigliare.

L’odore dei tappeti all’aeroporto, i viaggiatori che leggono il libro in piedi mentre aspettano i bagagli, le macchine enormi coi vetri oscurati e le macchine scassate con fori di proiettili, la civilta’ sulle autostrade, le aree di sosta nel verde e le famiglie con i cani che siedono sulle panchine, e poi il pane per tortilla di mia suocera, l’uva in estate, il cheddar cheese e il caffe’ che contiene quattro espressi.

Avevo tremendamente paura di venire sopraffatta dal viaggio infinito, dalla gestione delle bambine e della loro comprensibile stanchezza, di essere vittima delle macchinazioni della mia mente geniale che riesce a creare situazioni patogene con tremendi film autoprodotti e invece…

….invece non ho avuto tempo neanche di iniziare il film, le bambine  hanno assorbito ogni poro della nostra pelle con le loro continue richieste, entusiasmi,  parole e la stessa, logorroica domanda: “quando arriviamo in America?” Vaglielo a spiegare che eravamo gia’ arrivati in America. La playstation portatile rubata a mia sorella, i film, serie televisive e giochi interattivi del televisore personale, i giornali di gossip, la battaglia navale, le chiacchiere a due, sono rimaste parti di un bellissimo, utopico piano pre partenza.

Ma ora siamo qui. Dove il blu del cielo incontra il verde dei pini.

Stasera filet mignon.

Che la vacanza abbia inizio.

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