Bamboccioni, lavoratori, e dintorni

Poco prima di partire per gli Stati Uniti giravo frenetica per le strade bollenti della mia citta’ cercando di finire le ultime commissioni. Quello che mi lasciava allibita erano le facce di uomini che passeggiavano ancora assonnati in procinto di prendere il primo caffe’ verso le dieci del mattino.

Era evidente che non avevano preso cinque minuti di pausa dal lavoro ma stavano iniziando un’altra delle loro giornate da bamboccioni, in perenne procinto di finire la tesi di laurea o alle prese con qualche lavoro occasionale part time …tanto il resto ce lo metteva mamma’ o papa’.

Anche se questo puo’ sembrare un esempio estremo di bamboccione italico, non e’ raro vedere adolescenti annoiati nelle afose giornate d’estate passare il tempo sulle panchine di qualche parco in attesa che qualcosa di interessante accada, e’ difficile che i genitori incoraggino i figli a trovare qualche lavoretto durante le vacanze estive.

Qui in America e’ piuttosto comune vedere ragazzi delle superiori lavorare nei summer jobs in modo da pagarsi la benzina della macchina o fare qualche acquisto senza chiedere soldi ai propri genitori. In molti tagliano l’erba nei giardini dei vicini, preparano sandwiches nei fast food, fanno i bagnini oppure fanno i baby sitter coi figli di qualche amico di famiglia; e’ un modo come un altro per responsabilizzare i propri figli e farli diventare gradatamente adulti.

Anch’io ho cominciato presto coi primi lavoretti.

Il primo lavoro non ando’ troppo bene, davo lezioni a una bambina che andava alle Scuole Elementari e a parte la prima lezione, dai suoi genitori non ho visto piu’ una lira. Li’ ho imparato la mia prima lezione: scegliere con lungimiranza il proprio datore di lavoro.

Verso i sedici anni ho passato due estati nel sindacato dove lavorava mio padre, dovevo sostituire la segretaria in ferie nei mesi estivi. Passavo le giornate in un ufficio silenzioso pieno di scartoffie dove non entrava mai nessuno e il tempo non passava mai. Li’ ho imparato la seconda lezione: otto ore di lavoro forzato senza niente da fare equivalgono a una lenta tortura.

Un paio di estati ho fatto la campagna delle cipolle, e li’ ho capito cosa vuol dire fare il contadino, lavorando nei campi per otto ore al giorno sotto il sole di luglio, accucciata a terra tra la polvere e gli insetti. Ogni due ore veniva il proprietario del campo a darci da bere acqua o mezzo vino,  lavoravo con donne che avevano piu’ del doppio dei miei anni e che erano tre volte piu’ veloci di me nel riempire le cassette di cipolle.

Un anno sono stata assunta per fare la campagna dei pomodori in fabbrica e li’ ho capito cosa vuol dire vivere il tempo attraverso il ritmo dei turni, e’ come avere una vita parallela al resto della gente: quando gli altri dormono tu lavori, e quando gli altri lavorano tu dormi.

In Irlanda sono stata una scarsa cameriera a livello tecnico, non sono mai riuscita a portare due piatti sullo stesso braccio, ma avevo buon successo coi clienti che lasciavano ottime mance in uno dei ristoranti italiani piu’ famosi di Dublino, anche le mogli di Bono e the Edge con figli al seguito mangiavano li’ spesso. Li’ ho conosciuto la fame.  Il proprietario, uno spagnolo rimasto fregato dal socio italiano, ci dava da mangiare alle cinque e mezza del pomeriggio e verso le dieci di sera, dopo aver corso nonstop tra i tavoli e la cucina portando pizze e padelle incandescenti di paella, mangiavamo di nascosto le croste di pizza avanzate sui piatti dei clienti nel retrobottega del ristorante coi due lavapiatti cinesi che non parlavano una parola d’inglese.

Poi c’e’ stato il lavoro sugli Scuola Bus vestita con giubbotto catarifrangente, il lavoro come barista, il telemarketing e la baby sitter, prima di cominciare tutta la sfilza lavori “seri”. 

La verita’ e’ che e’ stato un bene averlo fatto, sono state incredibili esperienze che mi hanno insegnato molto sulla vita e la gente.

In primis che bisogna avere rispetto per tutti i lavori e secondo che nessuno ti regala denaro per niente.

Dare l’opportunita’ ai propri figli di togliersi dalla bambagia e buttarsi, con le dovute precauzioni, nel mondo dei grandi e’ un ottimo modo per prepararli alle avventure che prima o poi dovranno affrontare nel mondo del lavoro.

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