La terra del gnam gnam

Uno dei canali piu’ popolari della televisione americana e’ il Food Channel, dedicato interamente al cibo con chef che si alternano preparando dalle loro cucine complesse ed a volte improbabili ricette, reality shows che incoronano il cuoco migliore o designers che devono rimodernare ristoranti fatiscenti in due giorni e pochi soldi.

Riuscire a condurre il proprio programma da trenta minuti sul Food Channel vuol dire garantire un vitalizio a se’ e ai propri figli, vuol dire scrivere libri, produrre merchandising, in pratica diventare un’icona culinaria. Non sempre l’immagine di queste icone corrisponde ai canoni un po’ snob a cui  siamo abituati; se cambiando canale vi imbattete in Paula Deen intenta a cucinare qualche piatto del sud degli Stati Uniti, vedrete -a parte il forte accento – una signora di sessanta anni intenta a pocciare le mani in qualche salsa e ficcare il dito in bocca estasiata. Potrete vedere Rachel Ray che spadella in perenne stato di euforia vendendo la sua filosofia del cucinare tre piatti in trenta minuti, oppure Giada che prepara piatti italiani alternando frequenti “gnam….” o “mhmmmm” . La riproduzione di suoni onomatopeici e’ pratica molto diffusa nei format televisivo ma io personalmente non ne sono una grande fan…

Per un popolo che dilaga nelle XXL, la continua esposizione al cibo, con pretese di raffinatezza e genuinita’ sembra un paradosso e la cultura del mangiar bene e’ ancora lontana dalla maggiorparte della popolazione che ha sempre meno tempo, sempre meno soldi e che disbriga il pasto in dieci minuti nel fast food sotto casa.

La semplicita’ non sembra essere uno standard da seguire nella preparazione di un piatto, le ricette sono meno basiche che nella dieta mediterranea e i sapori spesso sovrapposti in caloriche combinazioni. E’ molto di moda servire cibi speziati o molto piccanti, una semplice insalata e’ condita con salse elaborate e il rituale del dipping, cioe’ del ‘poccio’ e’ dappertutto. C’e’ una famosa salsa per patatine che ha sette diversi strati nei quali puoi intingere giganti patatine di mais.  

Nei ristoranti un pasto non dura mai oltre l’ora, di solito anche meno, e per un italiano e’ un’esperienza piu’ che altro stressante. Non appena seduti, arriva la cameriera che con voce gaudente si presenta per nome al tavolo, offre un po’ di acqua stracolma di ghiaccio e lascia il menu’. Tempo cinque minuti ricompare per prendere le ordinazioni, – in Italia dopo cinque minuti  sei ancora dietro scegliere il posto per sederti – . Dopo dieci minuti, quindici al massimo, il piatto fumante arriva sul tavolo, e per due o tre volte la cameriera ricompare chiedendo se tutto procede bene e l’hamburger e’ cotto bene. Appena il primo della tavolata posa la forchetta con l’ultimo boccone ancora in bocca, la pimpante cameriera (che deve esserlo perche’ il suo salario dipende quasi interamente dalle mance dei clienti) torna e ritira il piatto vuoto dalla tavola. Quando tutti hanno finito di mangiare, se nessuno ordina altro, il conto e’  pronto e senza neanche accorgersene il tavolo e’ sgomberato e qualcun altro e’ gia’ seduto. Impossibile rimanere a fare quattro chiacchiere dopo cena, le sedute ai ristoranti non sono due come in genere in Italia ma as many as possible!

Il cibo in America e’ vissuto in due modi, un’esperienza intellettuale per i benestanti che si divertono a comprare oli toscani e formaggi francesi costosi oppure il mero espletamento di una funzione fisica. In Italia il cibo e’ un evento sociale, ore e ore al tavolo a parlare e scambiarsi idee, bere vino godendo del dolce far niente in compagnia di ottimi, semplici piatti.

Ricordo il volto stupito dei miei famigliari americani quando le prime volte si approcciavano a queste adunate, credo che all’inizio fosse molto strano per loro rimanere tre ore al ristorante senza il cameriere col fiato sul collo ma che anzi si fermava al tavolo a parlare o offriva un lemoncino a tutti…

Si dice che la cultura di un popolo e la sua societa’ si possono comprendere anche dalla televisione che guarda; il rapporto con il cibo e l’ossessione per gli sport sono sicuramente un buon metro per capire come ruota la societa’ americana.

Ma se le cose stanno cosi’, il giudizio sugli italiani potrebbe essere feroce.

…Saremo mica diventati tutti papponi e baldracche?

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