Il rispetto dell’eta’

 

Avevo avuto qualche sentore gia’ un paio di anni fa quando, nella solita posa collettiva per la solita foto di gruppo annuale, una mano veloce aveva accarezzato la mia schiena con fugace nonchalance. L’episodio si era ripetuto qualche sera dopo quando, in piedi davanti a un jukebox che proponeva canzoni anni novanta, sceglievo una canzone da ascoltare.

In entrambi i casi i nostri corrispettivi erano presenti e una volta a casa con Doug , ci eravamo fatti quattro risate chiudendo l’episodio con un perplesso: “Mah!”

La persona in questione e’ figlio di amici d’infanzia dei miei suoceri, con cui Doug e’ cresciuto giocando sulla spiaggia di quello stesso lago sul quale qualche giorno fa le mie  figlie – e i suoi due figli – giocavano spensierati.

Due anni piu’ tardi, la solita mano morta ha ricalcato le scene.

Col senso di giornalismo investigativo ho ripercorso i fatti della giornata…

Non appena arrivati con le ragazze nel cottage sul lago dove ogni anno la loro famiglia, tra nonni, zii e cugini vari, trascorre le vacanze tutti insieme, invece di chiedere cosa preferivo bere, come era stato chiesto agli altri arrivati, mi e’ stato messo in mano uno degli innumerevoli cocktail superalcolici che vengono preparati ogni giorno a piu’ riprese dai membri piu’ giovani della famiglia. Alle quattro e mezza del pomeriggio la quantita’ di alcool presente nel bicchierone di plastica era ampiamente superiore alla mia tolleranza.  Che qualcuno volesse vedermi piu’ sciolta? Mi sono chiesta piu’ tardi con Doug…

Un commento sussurrato lontano da orecchi indiscreti, sul perche’ non fossi rimasta ancora un po’ in costume, mi ha fatto salire un brivido di puro disagio, e la voglia di raggiungere subito gli altri che erano gia’ tornati al cottage. Poi l’insistenza di trascorrere una notte a casa loro, (i loro figli sarebbero stati parcheggiati come ogni fine settimana dai nonni onnipresenti), andare a vedere una partita di baseball e naturalmente la promessa solenne di farmi ubriacare e vivere ‘la serata piu’ bella della mia vita’.

La mano morta ricompare al momento dell’immancabile foto di gruppo, quando con un balzo felino il nostro paladino dall’occhio languido e appannato dal dosaggio alcolico, si appiccica vicino a me che sono di fianco a mio marito (e davanti a sua madre!) e fa partire un abbraccio che  presto si trasforma nell’esplorazione della mia schiena e dintorni.

Io e Doug, davanti all’inoppugnabile verita’, ci guardiamo attoniti, ridiamo isterici e increduli che la storia possa essersi ripetuta.

La scena e’ triste per tanti motivi. 

A quaranta anni e due figli sulle spalle se non vedi il cambiamento negli altri vuol dire che difficilmente sarai in grado di cambiare tu stesso e bere ogni giorno non ti rende il buontempone del gruppo ma un alcolizzato. La moglie era li’, ma anche lei aveva lo sguardo annacquato dal sesto cocktail della giornata e osservava persa questo spettacolo tra il tragico e il comico.

Mi sono chiesta se avrei dovuto reagire diversamente; il fatto di pe se’ non era eclatante ma la linea di demarcazione era stata comunque varcata.

Avrei potuto fare una piazzata moralista davanti a tutti, ma non e’ nel mio stile, credo che la non violenza verbale abbinata al ritiro da qualsiasi futura attivita’ in comune, dia molti piu’ frutti.

Quel che mi disgusta non e’ tanto la mano morta, ma la mancanza di rispetto per il ruolo che rivesto nella societa’. Non sono piu’ una ragazza di venticinque anni senza figli e spensierata, sono una madre e questo cambia tutto.

Non posso permettere che il primo imbecille arrivi e oltraggi  la mia figura.

In Africa, quando una donna ha maturato una certa’ eta’, anche se non ha figli propri, viene chiamata Mamma, come segno di rispetto per i suoi anni.

Io non voglio essere chiamata Mamma da tutti, ma voglio essere rispettata.

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