Casa dolce casa. Italiani un po’ meno

Realizzare di essere tornati in Italia, o per lo meno a contatto con gli italiani, lo capisci già prima dell’imbarco sull’ultimo volo che da un qualsiasi aeroporto europeo ti riporta nel bel paese. Dall’uomo sui quarantacinque anni dall’abbronzatura impossibile, con espadrillas rigate ai piedi (non ho idea della marca che le produce oggi, ma per me resteranno sempre le inguardabili scarpe di corda degli anni ottanta), pantaloncino corto di jeans tagliuzzato e petto villoso dal pelo grigio.

Oppure dalla donna con giganteschi occhiali di Prada neri, che sul volo da un’ora e venti, a suo dire presa alla sprovvista, ci ha ceduto il posto in modo da farci sedere vicini e che stizzita bisbiglia tra i denti a suo marito: “cosa dovevo fare, cominciare una lite?”. Nei precedenti voli di otto ore,  altre quattro persone, con un sorriso e un “no problem” hanno capito meglio di lei che far sedere nella stessa fila una famiglia con due bambine piccole è un gesto di umanità prima ancora che di cortesia. Nessuno di loro era italiano.

L’impatto con l’amato suolo italico assume subito i contorni irritanti quando dopo ventinove ore di viaggio, imboccando la A1 in direzione Milano, ci si ritrova inchiodati causa incidente. O quando guidando una domenica mattina, un vecchio (il soggetto in causa non risulta meritevole del più polite ‘anziano’) che sbuca dal marciapiede all’improvviso in sella alla sua bicicletta, dopo aver visto la mia espressione di stizza, urla scandendo bene ogni sillaba: “Vaffanculo!”.

Tornare a casa è anche ritrovare l’ossessione del sotterfugio a tutti i costi, è sbrigare le faccende della vita pubblica nel costante tentativo di aggirare la legge, di agire sempre nell’ombra. E’ l’agente immobiliare che ha trovato la nostra nuova casa in affitto che ripete all’infinito di non dire ai proprietari che andremo a vivere in pianta stabile nella loro casa, che per il momento ci andremo solo il fine settimana, che sono terrorizzati dall’idea che possiamo prendere la residenza, che loro ci pagano meno tasse perché è la loro prima casa (delle quattro che hanno di proprietà), che faremo un contratto senza registrarlo e fra sei mesi lo strapperemo e ne faremo un altro come casa vacanza………

Rientrare è imbattersi nell’ottimismo di mia zia che proclama: “In Italia vi ruberanno tutti i soldi”, in risposta alla nostra idea di coltivare fiori da taglio e bacche a offerta libera sul nostro terreno in Liguria.

Il detto recita “casa dolce casa”, ma per il momento, di dolce in questo rientro, ci sono le bambine che giocano incuranti delle zanzare e dell’afa, Julia che parla ancora in inglese con le persone che incontra e le nostre piante che anche quest’anno, grazie al vicino di casa, hanno resistito a un’altra torrida estate padana.

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