Verso il mare

I primi scatoloni sono stati riempiti, un po’ a casaccio e un po’ alla carlona, ma inesorabilmente la nostra piccola, stipata casetta verrà, pezzo dopo pezzo, smantellata. Il nostro droghiere di fiducia ha pronti per noi altri cartoni da stipare così come il fruttivendolo dietro casa ha tenuto da parte i soliti, robusti scatoloni della Banana Chiquita che presto toglieranno qualsiasi spazio di manovra all’interno dei cinquantasette metri quadri.

I due eventi più traumatici, quelli che scombussolano i già precari equilibri degli esseri umani, sono un lutto e un trasloco. Se consideriamo che oltre ad una nuova casa, ci imbatteremo in un nuovo lavoro tutto da inventare, un nuovo asilo per Julia, una nuova regione (e nuova lingua, quella ligure, ndr), e si spera nuovi amici, sarebbe ragionevole immaginare che siamo sull’orlo di una crisi di nervi e un ritorno dallo strizzacervelli quasi inevitabile.

Tuttavia, nel nostro dna scorre sangue nomade, non so bene se la provenienza sia berbera, beduina o rom, ma quando c’è da mettere via e ricominciare da capo siamo nel nostro elemento; il sangue fluisce più liberamente, i sensi sono in massima allerta.

Un nostro caro amico, ormai quasi un ventennio fa, tra i pochi rimasti già allora che venivano chiamati alla naja , fu definito ‘inadatto alla vita militare’ e mandato a casa.

In qualche modo anche noi siamo inadatti, ma alla vita stanziale, a quella conformità a cui molti aspirano e di cui tutti sentono la pressione della collettività. In famiglia nessuno ha imbeccato più del necessario perché noi figlie prendessimo una strada piuttosto che un’altra, ma vi era un codice non scritto che spingeva verso uno dei pochi, grandi miti di mio padre e della sua generazione: il posto fisso.

Rinunciare al posto fisso, quando vi rinunciai dieci anni fa, fu uno dei primi colpi bassi che mio padre accusò. Non ne faceva tanto una questione personale, ma era uno schiaffo ad un’intera classe sociale: di sinistra e proletaria ma delle tendenze intellettuali e che diceva avesse ‘lottato’ per quel sogno. Ma stare otto ore seduta davanti a un computer a vendere viaggi, sughi per pasta, o pubblicità alla radio, guardando l’orologio sul monitor ogni cinque minuti e pensare che mancavano ancora due ore e venticinque minuti prima di poter timbrare quel merdosissimo badge…equivaleva a morire di morte lenta e inevitabile.

Alla soglia dei quaranta, molti amici stanno cominciando a fatica a comprare la prima casa attivando un mutuo al cento per cento o nella migliore delle ipotesi all’ottanta, estinguibile in trenta o quaranta anni. Rinunciano alla loro casetta in provincia col giardino per comprare la casa di proprietà con balconcino non abitabile e sono scontenti; lasciano la casa in affitto nel centro storico piena zeppa di ricordi a un passo da un mondo di voci, per trasferirsi in periferia dove di sera non c’è nulla e se vuoi prendere un gelato devi montare in macchina, e in centro non vanno ormai quasi più, meglio guardare un programma alla tv.

Comprano ugualmente perché è quello che si fa, adeguandosi alle quelle regole non scritte.

Più cose possediamo e meno liberi finiamo di essere.

Gli antichi saggi dicono di spogliarsi di tutto e rimanere con nulla perché nel prossimo posto dove andremo, tutto ciò che abbiamo non ci serve.

Siccome io non sono né antica né saggia, più che di spogliarmi della televisione non sono ancora riuscita e continuo a collezionare cianfrusaglie senza valore al di là di quello affettivo. Ma sento il richiamo del mare e quel che posseggo non mi è di impedimento per poter mettermi in strada.

Quando andavo a scuola, non c’era insegnante che non dicesse: “E’ brava, ma potrebbe fare di più”.

Ci sono voluti trentacinque anni per mettere in pratica quello che allora sembrava solo una frase vuota e priva di senso.

Farò di più, certo, verso il mare.

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Un pensiero su “Verso il mare

  1. Già… il richiamo del mare. Sempre presente.

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