Sopravvalutazione dei genitori moderni

Lo scorso fine settimana, mentre impegnata nell’ultima noiosissima tranche di questo interminabile trasloco, godevo del beneficio – perduto nella nuova casa – di avere vicini disposti ad offrire prestazioni  gratuite di babysitteraggio.

Evidentemente non ero l’unica a godere di questa gioia.

Mia figlia più grande, cresciuta secondo i crismi delle mamme vecchio stampo, (e cioè coccolata a casa in  via esclusiva fino a due anni e mezzo dalla mamma compiacente, allattata al seno per un anno con amorevole cura), camminava tre metri sopra il cielo rimbalzando come Ciobin al colmo della felicità.

La sua mamma numero 1, non la sottoscritta ma la dolce e premurosa vicina Sonia, aveva aperto le porte della sua casa offrendo doni sotto forma di dolcetti gommosi, giochi mai visti prima e un repertorio che non contemplava mai la parola NO.

“Julia, tesoro, la mamma deve andare a finire di met……”

“Ok, mamma, ciao”.

Neanche il tempo di finire la frase che un’estatica Julia già pregustava un mio imminente abbandono.

Il mattino seguente, ancor prima di un improbabile buongiorno, la poco sorprendente richiesta: “Mamma, stamattina vado su dalla Sonia?”.

Sonia, everywhere. Sonia for president!

E pensare che, poco più di un anno fa, ero io la mamma cool per la bambina siriana che viveva sopra di noi.

Ora non sono altro che la mamma out, decisamente superflua.

Sarà stata la noia dell’inscatolamento, la stanchezza per un trasloco che durava da più di un mese o l’imminente cambio di vita, ho cominciato a riflettere sull’indispensabilità dei genitori moderni; i vecchi di una volta erano ben consapevoli di non esserci per sempre e la vita dura nei campi o nelle città costringeva i figli ad una maggiore indipendenza.

Se un giorno improvvisamente un ricco yemenita mi rapisse o uno psicopatico austriaco mi imprigionasse nella sua cantina a sfornare figli illegittimi, le mie figlie nel giro di poco tempo non ricorderebbero molto di me, considerato che i primi ricordi non arrivano molto prima dei quattro anni di età.

Se fossimo in America, mio marito nel giro di un anno si risposerebbe e loro erediterebbero una nuova step-mother con la quale crescere; e con un po’ di fortuna quella nuova donna entrata nella loro vita diventerebbe a tutti gli effetti la loro mamma.

Mentre io sarei impegnata a masticare qat o spadellare wurstel, loro si dimenticherebbero completamente di me.

Rinsavendo un po’ da questi funerei pensieri dai risvolti grotteschi, rimane tuttavia una riflessione doverosa sul senso di non crescere i figli come nostre appendici indivisibili ma esseri su un cammino individuale, diverso dal nostro.

Bisogna tenere a mente che i nostri figli non sono noi stessi, provengono da noi ma non sono uguali a noi.

Pensare di avere quel legame unico, che solo una madre vive nei nove mesi di gravidanza, per la durata di una vita intera, è un atto di ingiustificato egoismo.

Prima impareremo a far camminare i nostri figli con le loro gambe e più facile sarà evitare il rischio di trasformarli nella nostra brutta e insipida copia.

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Un pensiero su “Sopravvalutazione dei genitori moderni

  1. Concordo. mi viene in mente una bella e per fortuna nota poesia di Gibran

    tuoi figli non sono figli tuoi.
    Sono i figli e le figlie della vita stessa.
    Tu li metti al mondo ma non li crei.
    Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.
    Puoi dar loro tutto il tuo amore,
    ma non le tue idee.
    Perche’ loro hanno le proprie idee.
    Tu puoi dare dimora al loro corpo,
    non alla loro anima.
    Perche’ la loro anima abita nella casa dell’avvenire,
    dove a te non e’ dato di entrare,
    neppure col sogno.
    Puoi cercare di somigliare a loro
    ma non volere che essi somiglino a te.
    Perche’ la vita non ritorna indietro,
    e non si ferma a ieri.
    Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.
    (Khalil Gibran)

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