Dna e altre magagne


I nostri figli, si sa, prendono in qualche modo da noi.

Con un po’ di fortuna, una buona dose di analisi a pagamento e tanta volontà, riusciranno nel tempo a sbarazzarsi di quelle peculiarità ereditate che verso i trenta – o ancor più una volta diventati a loro volta genitori – diventano insopportabili da gestire.

Ma purtroppo, anni di esempio occulto, giorno dopo giorno, sono duri a morire.

E alcune caratteristiche sono irrimediabilmente genetiche.

Io sono famosa per  i miei scoppi di collera verso oggetti inanimati quando qualcosa non va per il verso giusto: un punto perso nel fare la maglia, una bottiglia d’olio che proprio non vuole aprirsi, contrattempi di cui molti neanche si accorgono.

L’impazienza è nel mio Dna.

Mio nonno era così.

Quando aveva un appuntamento con qualcuno, si presentava di solito una/due ore prima; con mia madre erano arrivati al compromesso che lui poteva presentarsi sotto casa all’ora che voleva ma era bandito dal suonare il campanello fino all’orario prestabilito.

Allora vedevi la tipo dell’87 color amaranto parcheggiata davanti al cancello, e mio nonno col cappello seduto in macchina imbacuccato che aspettava in religioso silenzio, mani sul volante e motore spento. A volte però usciva dalla macchina per andare al bar a comprava una rosetta di pane con la mortadella e scolarsi tutto d’un fiato un bicchiere di Malvasia.

Mia madre è così.

Anche se non lo ammetterebbe neanche sotto tortura, si nota immediatamente l’impazienza del suo agire che si manifesta nel pungolare continuamente mio padre per la sua pachidermica lentezza o nel controllare ogni cinque minuti l’ora sull’orologio.

Io sono così, e pure le mie figlie.

Quando senti uno strillo acuto provenire dall’altra parte della casa, quella nota appena più alta delle altre, è un chiaro indicatore che Julia ha tentato di fare qualcosa e, non riuscendoci di solito al primo tentativo fallito durato appena pochi secondi, ha avuto il consueto attacco d’ira.

Sofia, un esserino di neanche sedici mesi di vita, questa mattina gira per casa avvinghiata a quattro barbie che tiene sotto il mento.

Gongolante perché senza la consueta concorrenza della sorella maggiore. Julia è all’asilo e le ha tutte per sé.

Estasi. Beatitudine.

Cammina, stringendole come un giocoliere tutte e quattro in precario equilibrio.

Qualcosa però va storto. Una cade me lei riesce a riprenderla. Poi però Ken non ce la fa e sfugge alla presa. Seguono le altre a ruota.

Cosa farebbe una bambina dall’indole paziente e tranquilla?

Le raccoglie una per una e continua a portarle a spasso.

Ma non le femmine della specie degli impatiens.

Lei strilla, si dispera, getta a terra quelle che era riuscita a salvare, pesta i piedi, si butta sul pavimento con gesta di plateale stizza e comincia un pianto disperato.

Nel tentativo di ridargliele con premurosa attenzione, le rifiuta teatralmente gettandole via come fossero immondizia.

Divertimento finito, per tutta la mattinata le barbie non esistono più.

Hai voglia a pagare strizzacervelli e asceti new age…alle magagne del Dna, ho paura non ci sia rimedio.

 

 

 

 

 

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