Da zero a cento: la vita in cicli da dieci

Posto che la vita sia un ciclo che si succede ad un altro, dieci anni sembra un lasso di tempo ragionevole per inquadrarne le fasi.

Da quando nasciamo ai dieci anni, è la meravigliosa epoca dell’abbraccio materno. Coccolati e protetti, la vita è un’eterna favola rosa. Gli anni delle scuole elementari, dove è buona persino la maestra, iniziano all’amicizia e ai primi innocenti amori. Si assaporano le prime delusioni, specialmente con gli amici, ma a tutto c’è sempre un rimedio: nonni premurosi, il calore famigliare, un giocattolo nuovo di zecca. Sono i favolosi anni della spensieratezza, tutto è gioco, divertimento, amore.

Dai dieci ai vent’anni, la vita si fa più dura, iniziano i primi amori, i risvegli ormonali. Tutto, in questo smisurato mondo, è sconosciuto e il senso di inadeguatezza grande. “Sarò io la prima a baciare un ragazzo tra le mie amiche? Manuel non mi guarda nemmeno e io muoio per lui! Ho preso quattro in matematica, riuscirò a rimediarlo senza che i miei lo vengano a sapere? Tutti i miei amici stanno fuori fino a mezzanotte, perché io devo tornare alle undici? Drammi, sventure, catastrofi. Gli anni dell’adolescenza sono estremismo, ingenuità, crudeltà e fiducia, indispensabili per la crescita ma non sempre valevoli di essere ricordati. Il più delle volte si tratta di baci non proprio memorabili, acconciature da dimenticare, maglioni legati in vita per nascondere rotondità e chilometri di marcia il sabato pomeriggio lungo Via Cavour nella speranza di vedere lui.

Gli anni dai venti ai trenta hai la vita in mano. Superata la pubertà senza troppa malinconia, sai chi sei e ne sei consapevole; sai cosa vuoi e hai mezzi per farlo o puoi trovarli con facilità. Non hai grandi legami affettivi né famigliari. A vent’anni tutto si perdona. Le emozioni non sono più quel buco nero da interpretare. L’età adulta si vive ancora con la leggerezza di un ragazzino; si viaggia, si comincia sbadatamente a lavorare, nulla è veramente serio. “Ehi, abbiamo solo vent’anni, il mondo è ai nostri piedi!” La sensazione di libertà, dopo anni di regole sotto il tetto paterno, è inebriante.

I trent’anni sono lo spartiacque. Nulla è diverso da un anno prima, il fisico è lo stesso, gli amici gli stessi, la quotidianità anche. Eppure, tutto è cambiato. E’ chiara la sensazione che qualcosa ha cominciato a trasformarsi. Dai trenta ai quarant’anni si imposta il cammino verso la maturità. Che non vuol dire banalmente rispondere alle aspettative della società, ovvero fare figli, trovare un lavoro sicuro e attivare un mutuo trentennale per una casa di proprietà.

Dai trenta ai quarant’anni bisogna trovare un senso alla propria esistenza, capire che tipo di esseri umani vogliamo diventare, porsi domande e impegnarsi nel trovare risposte. Di tempo ce n’é ancora e molto ma non più quanto a vent’anni. E quella fantastica spensieratezza ha lasciato il posto alle preoccupazioni per i figli, il mutuo da pagare, un’età anagrafica con cui fare i conti, anche a livello lavorativo, sogni che è bene cominciare a realizzare.

Vivendo questo periodo con forzata leggerezza, il rischio è arrivare a cinquant’anni senza gli strumenti per godere di una serena e appagante maturità col pericolo di ridurre tutto a quanti anni mancano alla pensione, a che età i figli lasceranno il nido, a come impiegare il tempo quando la casa sarà vuota, di cosa preoccuparsi quando non ci sarà più nulla di cui preoccuparsi.

Concepire la vita secondo ritmi che si alternano in magica armonia, e non vivendoli meramente come inizi e fini, ci darà la possibilità di intraprendere un viaggio più spirituale e possibilmente più sereno.

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