Cronaca di un’alluvione


In trentacinque anni di vita non ho mai pregato Dio perché potesse aiutarmi a superare una situazione difficile.

Oggi, per la prima volta, ho pregato.

Ho pregato che smettesse di piovere.

Lui però non mi ha ascoltato.

Perché ha continuato a piovere. Piovere. Piovere.

Finché è piovuto un fiume spesso di fango e rocce.

E a quel punto abbiamo deciso di fuggire.

Ma la storia inizia più o meno così.

Era una di quelle mattine dove il Libeccio soffiava caldo, e con i miei suoceri appena arrivati dagli States commentavamo su quanto fosse bello avere aria calda a svegliarti di primo mattino.

Il cielo era coperto, tutta notte aveva piovuto ma l’atmosfera non minacciava niente di imminente.

Dopo aver portato Julia all’asilo come di consueto, siamo tornati in casa e abbiamo cominciato a lavorare al computer per preparare le gite scolastiche da proporre nelle Cinque Terre.

Intanto aveva ricominciato a piovere. Una pioggia intermittente e forte, eppure non sembrava ancora minacciosa.

Abbiamo lavorato un paio d’ore, finito i nostri programmi e cominciato a preparare il pranzo per tutti.

In casa c’era ilarità sebbene il maltempo.

Ho guardato distrattamente fuori dalla finestra e ho notato un discreto rivolo d’acqua che arrivava dal canaletto tra i terrazzamenti del nostro giardino. Un rivolo significativo ma che ancora sembrava fosse nella norma.

L’acqua tuttavia non smetteva di scorrere copiosa, intervallata da sprazzi più o meno violenti. Le piante dalla finestra ondeggiavano piegandosi alla volontà del vento.

Durante il pranzo, ho iniziato a sentire uno strano disagio. Qualcosa non stava andando per il verso giusto, in modo inspiegabile.

Andando per caso nella camera delle bambine, noto gocce d’acqua che cadono dal soffitto. Non una, o due ogni tanto ma una decina sparse su una larga superficie del soffitto e che cominciavano a bagnare i mobili dei giochi. Doug, esce fuori e comincia a lavorare sulla possibile falla che fa entrare l’acqua. Con un escamotage, riesce a tappare la fessura e ricominciamo a mangiare.

Quando la porzione di melanzane viene messa sul suo piatto, Doug decide di andare a controllare la ‘casetta’, la dependance staccata dalla nostra unità principale, dove abbiamo sistemato lo studio e in cui facciamo dormire gli ospiti.

Il piatto di melanzane non verrà più toccato quel giorno, perché con una voce che non lascia spazio a molti dubbi, Douglas mi urla di mettere una giacca a vento e correre di sopra.

La camera si sta allagando.

Esco di casa e vedo una situazione inimmaginabile solo poche ore prima.

La terrazzina dove teniamo il tavolino, le due seggioline verdi e la nostra amata piantina, sta portando acqua che si insinua, sporca, in mezzo alle nostre cose.

Bisogna staccare tutte le spine, sollevare il computer, i mobili tutti di legno vanno messi sul letto, le luci che sono già bagnate. E’ caos tutto intorno e ragionare lucidamente riesce difficile.

Con Douglas cerchiamo di spingere con scope e bastone l’acqua che entro verso un’altra via di fuga, ci sono fulmini e tuoni che rombano sopra le nostre orecchie. Mai la natura mi era sembrata così inospitale.

Il nostro sforzo si rivela inutile, c’è troppa acqua che continua ad entrare.

Doug, che il giorno dopo non ricorderà come ha fatto a farlo da solo, muove a mani nude un trave di legno, di quelli usati negli orti e nei giardini, vuole fare un tappo contro la porta finestra.

E funziona. Con l’aiuto di lenzuola e coperte, ora l’acqua non entra più.

Un pensiero si insinua nella mia testa. Come sta la Julia? La sua scuola è al sicuro?

Nel frattempo telefono ai padroni di casa che con superficialità mi dicono che quando loro vivevano lì, mai è piovuto in casa men che meno si e’ allagata la casetta.

Intanto intorno a noi il rombo dell’acqua è assordante, gli scrosci soffocano qualsiasi altro rumore.

Provo a chiamare l’asilo e dopo qualche tentativo mi dicono di andare a prendere subito i bambini. Guardo la strada ma al momento non sembra praticabile.

I padroni di casa, che si erano messi in strada per venire a casa nostra, dicono che la strada è bloccata, ci sono i carabinieri che fermano le macchine. Non riescono a raggiungerci, sperano di riuscire a tornare a casa loro.

La scuola mi chiama, i bambini sono stati evacuati per precauzione dentro il Comune.

Sento il bisogno impellente di abbracciare mia figlia ma non so quando succederà.

Nel frattempo parlo con il vicino che gestisce il B&B sotto casa, lui abita in centro e ora non è il caso di mettersi in macchina ma appena arriverà su da noi, me lo farà sapere.

Mezz’ora dopo è qui. Suona il campanello e non crede ai suoi occhi. Gli urlo tra il rumore dell’acqua se è normale che venga giù tutta quest’acqua dai nostri terrazzamenti. Lui scuote la testa e dice no.

Se lui è venuto su in macchina allora anche noi riusciremo ad andare in giù.

E’ ora di andare a prendere Julia, non c’è un minuto da perdere.

Nascosta sotto l’Opel Corsa c’è Baghera, è inzuppata e tolto questo riparo non sa dove andare. Impensabile per lei tornare in casa, ormai non passa più. La vedo che scappa impazzita da una parte all’altra, mi fa pena, vorrei prenderla ma non posso pensare a lei.

Il fiume è alto, altissimo. Prego che smetta di piovere.

Arriviamo in Comune e le facce dei liguri, della gente che è nata qui, la dice tutta sulla situazione. Sono facce preoccupate, stanche, di chi non sa quando potrà raggiungere casa.

Entro nella stanza comunale, e la vedo seduta col suo impermeabile che disegna come suo solito. E’ l’unica rimasta; ho ancora la forza di fare l’ultima battuta con le maestre che ridono di rimando. Ma nessuno lì dentro ha veramente voglia di ridere.

Ci mettiamo in macchina, la situazione è brutta. Piove ancora più forte di prima se possibile, più si va su e più la visibilità è scarsa. Doug slaccia la cintura di Julia, istintivamente faccio lo stesso. Ci stiamo avvicinando al ponte. Non c’è bisogno di chiedere perché.

Trattengo il fiato. Passiamo il ponte con altre due macchine incerte sul da farsi. Grazie a Dio, siamo davanti a casa.

Prendo in braccio Julia, e passiamo di fianco a un muro d’acqua che scroscia implacabile e comincia a portare via le piante che avevo appena superato il trasloco. Cerco di stare calma, non voglio che si spaventi ma sul mio volto è dipinto un ghigno e non un sorriso rassicurante.

In casa è andata via la luce. I miei suoceri hanno messo a letto Sofia che dorme beata. Le loro facce non sono meno tese anche se si ostinano a dirmi che tutto andrà bene.

Ma niente va bene.

Il fiume d’acqua che arrivava da più direzioni, ora non è più solo d’acqua.

E’ marrone.

Tempo dieci minuti, sento Douglas che tuona disperato: “Let’s get the fuck out of here. And I mean, now.” (Togliamoci dalle palle. E di corsa!)

La voce non lascia spazio a fraintendimenti. Prendo la Sofia e il Lamb dal letto, esco e guardo la cascata di fango che scende dal monte, inzuppata stringo forte la mia bambina. Ho le ciabatte ai piedi, una borsetta che non so nemmeno perché ho afferrato, e inizio a scendere quelle stesse scale che scaricano detriti e fango.

Si legge dappertutto che è solo una frazione di secondo quando la montagna crolla sopra la testa.

Io penso solo a non cadere, un piede dopo l’altro. Non guardo più indietro. Lascio la casa. Le mie cose. Non mi interessa di nulla. So che Doug è dietro e so che Julia è con lui, qualsiasi cosa succeda lui non la lascerà.

Chiederemo riparo a Vittorio, il proprietario del B&B che è ancora lì. Esco in strada e tra le cose che scivolano verso valle ci sono i nostri giochi da spiaggia ma l’importante è avere le bambine, il resto non conta.

Piove a dirotto, suoniamo al cancello ma nessuno risponde. Doug scavalca, carica una e poi l’altra che vengono issate dall’altra parte. Io seguo a ruota.

I miei suoceri devono essere ancora in casa, non li vedo arrivare. Passano cinque minuti buoni, e ancora nulla.

Eccoli spuntare, si tengono stretti, sono piccoli piccoli, anche loro hanno abbandonato la nave.

Vittorio ci apre la porta e ci offre riparo. Siamo salvi, non c’è nulla da temere perché la casa è stata costruita con le sue mani e quelle di suo padre.

Ci dà da asciugarsi, le bambine stanno tremando, e ci sistema nelle camere degli ospiti. Non vuole soldi, se non si fanno queste cose tra vicini, quando si devono fare? Ci conosciamo da neanche un mese.

La notte è ancora lunga, ma il peggio è passato.

Doug torna a cercare la Baghera e riesce a metterla al sicuro dentro alla macchina.

Anche lei ce l’ha fatta.

Il giorno dopo, si contano i danni.

C’è chi ha perso tutto, Monterosso dicono che non c’è più. Case, negozi, attività, sogni e vite spazzate via dalla furia del fiume.

La nostra casa è sommersa dal fango, ma dentro sta benone.

Cammino smarrita per la strada che va in paese, tutto intorno è un ammasso di fango. La gente si tiene stretta e lavora a testa bassa. Ci guardiamo e non c’è bisogno di dire molto. Si spala, per tornare alla normalità.

E’ una giornata limpida, bella, il sole è alto e scalda ancora. Ma solo ieri, questa natura oggi così dolce, faceva paura.

Mai nella mia vita mi ero sentita così piccola.

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