Un’allegra ipocondriaca

L’ipocondria nasce da un grande spavento in soggetti più sensibili di altri.

L’inizio della mia avventura, o calvario a seconda dei giorni, è cominciato su un volo Iberia da Montreal a Madrid.

Mio zio Vick, il fratello di mia nonna che per vent’anni la famiglia credette morto, resuscitò in Canada e decise, arrivato ormai alla fine dei suoi giorni, di regalare ai suoi parenti in Italia i biglietti aerei per mostrare cosa avesse costruito nella sua vita da emigrato.  

Mia nonna non se la sentì di partire per un viaggio così lungo e noi, pronti nelle retrovie, ne approfittammo senza pensarci due volte e partimmo per il Canada.

Siccome in quell’estate dei miei vent’anni avevo programmato di partire con gli amici per un viaggio in Interrail, mi imbarcai per l’Italia una settimana prima degli altri e feci il mio primo volo intercontinentale da sola.

Il giorno prima un Boeing 747 della TWA partito da New York con a bordo duecentotrenta persone esplose in volo pochi minuti dopo il decollo.

Fu un viaggio da incubo.

Schiacciata in uno dei posti nella fila centrale di fianco a bambini urlanti e piagnucolosi, ebbi il mio primo attacco di panico.

La notte passò ed io arrivai a destinazione sana e salva ma da quel giorno, a causa di quel senso di terrore che provai nell’oscurità di un aereo tra facce sconosciute, cominciò il mio viaggio nell’ipocondria.

Il dramma dell’ipocondriaco sta nel terrore di credere di avere qualcosa che non va, ed in più si sente incompreso dagli altri che non lo prendono sul serio mentre lui sa di avere uno di quei rari casi patologici senza cura. Naturalmente non vale nulla il fatto che gli esami medici provino il contrario, nella sua mente ci sarà sempre quel sospetto che non lo abbandona mai.

Negli anni, a cicli alternati, ho eseguito gli esami più bizzarri al fine di scoprire disfunzioni impensabili mettendo sempre in discussione quel che il medico trovava, cioè niente.

Il risultato della mia ipocondria è che scoppio di salute!

Eppure, quando il tarlo si insinua nella mia mente è come se fossi in punto di morte.

Con gli anni si impara a convivere con questa peculiarità, si impara ad essere più indulgenti verso se stessi accogliendo le proprie debolezze che ci rendono quel che siamo.

C’è chi porta gli occhiali, chi guarda i film porno, chi mangia una mela a pasto, chi si mette le dita nel naso, chi ha il colesterolo alto, chi si reprime, chi sta sempre a dieta, chi tradisce la moglie.

Io, sono ipocondriaca. E non credo riuscirò mai a sbarazzarmi completamente di questa rogna.

E allora quando la nuvola nera arriva, aspetto che passi.

Mi sono spesso chiesta se un ipocondriaco abbia più paura di morire o di vivere; ma credo non si tratti né dell’uno né dell’altro.

Semplicemente, quando il livello di stress aumenta e il contatto con la nostra natura si fa più labile, quello è il nostro campanello d’allarme.

Inutile dire che dopo un trasloco e un’alluvione in due mesi, sono stata in punto di morte svariate volte.

Ma passerà, e carissimi serissimi malati immaginari, dopo la tempesta saremo più forti di prima.  

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