Due ore al centro commerciale

La mia analista diceva che la luce ha un effetto psicologico sulle persone, le influenza in positivo o negativo.

La luce artificiale, sui miei nervi, crea un effetto Lsd, e i duemila input, visivi e sonori, presenti in un centro commerciale creano una sensazione di malessere che in epoca pre-analisi mi risultava inspiegabile.

Il centro commerciale è un luogo che non amo, eppure in America  – ed ora anche in Italia – i ragazzini vi passano le giornate al cazzeggio tra negozi hi-tech, streetwear e musica.

Se hai due figlie piccole e i nonni lontani, uscire con tua sorella per due ore, e andare al centro commerciale, diventa in ogni caso, lo sballo più grosso.

Il Brico, con la sua luce a bomba e le casse piene di gente incarognita, ci accolgono nel regno dello shopping.

Nel negozio di occhiali dove volevamo comprare il regalo per mia madre, c’era una ragazzina cicciottella dall’accento straniero che confabulava con l’amico asiatico.

Stava puntando un paio di occhiali gioiello – che fanno tanto Simona Ventura – da trecentocinquanta euro.

… Li guardava … E poi li metteva giù…

Io, che mi ero già fatta il mio film su di lei, ricca ereditiera russa in modalità compulsiva nei negozi italiani, sono rimasta sopresa quando la ragazzina, in un mormorio appena accennato, ha chiesto alla commessa se poteva comprarli a rate.

“Ceeeerto”. Risponde la commessa. “Quando hai un po’ di soldi, vieni qui e me me li dai di volta in volta. Logicamente gli occhiali (gioiello), li ritiri quando hai saldato.”

Ma un bell’occhiale tamarro dal mareca a venti euro, no?

Anyway, dopo l’acquisto per mammà ci dirigiamo per un salto al Media world a curiosare le ultime novità.

Che ci vai a fare al centro commericale se non ti aggiorni sulle ultime tecnologie?

Camminando tra luci, suoni e dolby surround, e sentendomi ora più che mai come un’anziana che prende in mano un cellulare per la prima, vedo un tavolo affollato di ragazzini.

Mi avvicino.

Stanno smacchinando degli ipad in uso per il pubblico.

A me la scena, terrorizza. E rivolta un po’.

Quattro deficienti sui diciott’anni, sono al computer e giocano – ignorandosi bellamente isolati dal mondo che li circonda – ai più moderni video games. C’è uno di loro, (temo stia per slogarsi l’indice per la foga) – che inveisce e agita freneticamente il dito sullo schermo touch screen nel tentativo di non farsi ammazzare dal mostro lì dentro.

Usciamo, anche mia sorella che dentro la tecnologia ci sguazza, è perplessa quanto me.

E’ ora di bere.

Ci sediamo al bar, e ordiniamo due Chardonnay.

“Otto euro, grazie”.

Gli stuzzichini sono tristi quasi quanto il cameriere che ci serve e le patate arrosto sono temperatura ambiente.

Esterno però.

Le due ore al centro commerciale sono finite, e malgrado l’ottima compagnia, per i prossimi due anni potrò farne a meno.

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