Un giorno in questura

Uno dei motivi per cui cinque anni fa, durante la traversata delle Everglades nel sud degli Stati Uniti, Doug e io abbiamo deciso di sposarci, era quello di evitare lungaggini burocratiche e odiose giornate passate in questura.

Poco prima che formalizzassimo la nostra unione, alcune leggi sull’immigrazione erano cambiate e la carta di soggiorno, il pezzo di carta più duraturo per uno straniero in Italia, era passato da una validità di dieci anni a cinque, anche per quegli extracomunitari sposati con italiani.

Spinto dalla convinzione che sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe avuto a che fare con le autorità istituzionali (in soli quattro anni, sbrigheranno la sua pratica in sospeso e diventerà cittadino italiano) e armato della solita pazienza zen indispensabile in queste circostanze, mio marito ha puntato la sveglia alle sei del mattino.

Il giorno prima, aveva ritirato il modulo dallo sportello Informastranieri del comune, e gli era stato assicurato che non c’era neppure bisogno della marca da bollo, per chi era spostato con cittadini dell’Unione Europea.

Nonostante il terrore che attanaglia qualsiasi straniero che deve rinnovare la sua carta di soggiorno, era moderatamente tranquillo di avere tutto in ordine.

Alle sette meno dieci, l’americano dagli occhi di ghiaccio, si presenta di fronte alla porta d’ingresso della questura. Le porte apriranno alle otto e ci sono già nove persone davanti a lui, tutti africani e nordafricani.

L’attesa è rigorosamente in strada, che sia inverno o estate, pioggia o tempesta. Si sta in piedi,con le orecchie  dritte.

Ore otto meno cinque, l’atmosfera si fa elettrica.

La coda si è via via ingrandita e adesso ci sono una trentina di persone che attendono dietro ai primi arrivati.

Un gruppo di tunisini, con svampita nonchalance, si appropriano delle prime file, saltando la coda. Ci sono bisbigli e frasi mozzate, ma Doug, che di code di questo tipo, nonostante sia americano e sposato con un’italiana, ne ha già una certa esperienza, sbotta, ma sempre con un certo savoir faire: “Ma VOI, pensate di entrare prima di NOI?”

Un tunisino mormora qualcosa nella sua lingua, con aria di sfida, poi gentilmente dice: “No, no. Non c’è problema”.

Alle otto e dieci, il poliziotto apre la porta, e come il bidello all’uscita delle medie, grida: “Non spingete. Chi spinge, va alla fine della coda (senza passare dal VIA)”.

I magrebini, con scatto felino, balzano davanti a tutti, e in un attimo sono i primi a ritirare il numero, scaturando rabbia e frustrazione nell’americano dagli occhi di ghiaccio che a quel punto capisce di aver perso la partita.

C’è una famiglia con due bambini piccoli, Doug chiede ad alta voce che siano fatti passare davanti, ma sia il poliziotto che gli stranieri, fanno orecchie da mercante.

Ci si siede, aspettando il proprio turno, chi arriva adesso difficilmente entrerà, perchè alle otto, smettono di distribuire i numeri.

“Quarantuno”. Esclama il questurino al  microfono.

Doug avanza, è fiducioso.

Passaporto. Tac.

Carta d’identità della moglie. Tac.

Vecchia carta di soggiorno. Tac.

Marca da bollo.

“Non c’è bisogno, per gli stranieri sposati con italiani. L’ho chiesto all’ufficio stranieri del comune”.

“No. Ci vuole. Pling. Qurantadue”.

E come se niente fosse, è spazzato via come una mosca fastidiosa in una serata d’estate.

Inferocito con chiunque gli passi a tiro, chiama l’ufficio stranieri mentre corre in tabaccheria per acquistare la marca da bollo.

“Beh…forse ci vuole. No, è che sa…ci sono due leggi diverse…Uhm…ci dispiace per il disguido…”

Il vero problema dell’Italia non sono solo le leggi bizzarre e poco chiare, ma i dipendenti dello stato che dovrebbero applicarle, quelli che sanno che non perderanno mai il loro posto di lavoro; lavoratori incompetenti, annoiati e negligenti, incapaci di svolgere le proprie funzioni al meglio delle loro possibilità.

Ma questa è l’Italia, e in poco meno di quattro anni, grazie a qualche lento passaggio di carte, anche l’americano dagli occhi di ghiaccio, diventerà uno di noi.

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Un pensiero su “Un giorno in questura

  1. …e per adesso ha già imparato come funzionano le cose qui… 😦

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