Vita da contadina: potatura radicale dell’ulivo

Una bottiglia d’olio d’oliva arriva sulla nostra tavola, e il prezioso liquido viene versato nei piatti degli italiani.

Il consumatore che condisce la pasta o l’insalata, quasi mai pensa al processo di lavorazione né alla manodopera utilizzati per trasformare da un’oliva una goccia d’olio. 

Neppure io, prima di comprare cinque anni fa un paio di uliveti in territorio sperduto, sapevo nulla delle fasi del processo e fino a questa mattina, non mi ero mai posta il problema di cosa volesse dire fare una potatura radicale dell’olivo.

La storia che segue è il frutto di questa straordinaria esperienza.

La squadra era composta da Renzo e Vittorio, individuati rispettivamente come presidente e vice-presidente, mio marito in funzione di apprendista contadino, e poi, distaccati di molto dal vertice di comando, io e mio suocero nella categoria bassa manovalanza.

Ognuno è arrivato al campo con mezzi propri.

Renzo a bordo dell’insostituibile Ape rossa, Vittorio a cavallo della sua Vespa anni ’60, e noi tre su una Opel Corsa del ’98 con marmitta buca.

Alle otto e mezza il sole non era ancora sbucato dai monti soprastanti, eppure eravamo già in maglietta.

L’assetto della squadra rispecchiava il grado delle mansioni.

In alto sulla cima del terreno dominava Renzo, in mano la motosega, pronto a tranciare di netto tutto il cappello dell’ulivo, lasciando solamente il tronco a un metro e mezzo da terra.

Vittorio, il vice-presidente, sostava al suo fianco, e legava con una corda i rami più grossi, così da evitare che le fronde tagliate finissero a fondo valle.

Mio marito, l’apprendista contadino, attendeva la caduta del ramo e cominciava a tagliare con la motosega di seconda mano acquistata da qualche contadino della Val di Vara, i pezzi più grossi accatastandoli da un lato.

Due terrazzamenti più in giù stavamo noi, io e mio suocero (che per l’adrenalina si è svegliato prima di tutti questa mattina), la bassa manovalanza, e il nostro compito (quello che nessuno vuole fare!)  era  sezionare tutto ciò che arrivava, dividendo quel che va bene per la stufa a legna da quello da bruciare in un secondo momento.

E siccome parliamo di alberi di quattro metri, quello che veniva giù era sostanzialmente tutto l’albero cioè frasche, rami e foglie.

E così, tra il silenzio dell’uliveto, intervallato solo dal rumore metallico della motosega, e qualche frase biascicata in ligure, si è tirato mezzogiorno.

Non eravamo gli unici al lavoro, nei terreni di fianco vecchi contadini potavano i loro alberi da frutto, e percepivo per la prima volta dal nostro arrivo qui, un sottile ma tangibile legame tra uomo e natura.

Quando l’ultimo albero è stato tagliato, l’ultimo ramo diviso e posto in cima al mucchio insieme agli altri, era mezzogiorno.

I lavoratori erano stanchi.

Mi sono seduta per terra e ho contemplato il mare, quel mare che fino a qualche settimana fa, a causa delle fronde troppo alte, non si poteva scorgere.

Noi non possediamo una casa, quel che ci appartiene è questa terra, che con i suoi dirupi, le sue frane, i suoi declivi e pendenze, la sua generosa fertilità, rappresenta la vera ragione della nostra presenza qui.

E’ nostro dovere prendercene cura, anche se questo farà di noi dei contadini.

 

 

 

 

  

 

 

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4 pensieri su “Vita da contadina: potatura radicale dell’ulivo

  1. siete meravigliosi, voi e i vostri ulivi….

  2. …e tutti noi dovremmo ricordarci di considerare la fatica che ci vuole, quando compriamo l’olio e già 5 euro al litro ci sembrano troppi (e l’olio per il motore dell’auto costa 18, ma quello ci sembra normale), no?!?!?

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