America e sport

Planet UsA

Qualche mese fa, durante un soggiorno a stelle e strisce, scrissi su come l’America fosse terra di estremi e come gli sport (nello specifico, baseball, football e basket) scatenassero viscerali passioni e pazzie.

Certo, qualcuno potrebbe dire che anche in altre parti del mondo, – in Italia e Inghilterra nei confronti del calcio vissuto come religione, in India e Pakistan per il cricket oppure il rugby in Nuova Zelanda – gli sport accendano gli animi di migliaia di fans.

Eppure c’è qualcosa di squisitamente americano nella presenza quasi ossessiva dello sport, in quasi ogni momento della quotidianità; i bar dove da soli, in compagnia o in coppia ci si scola pinte o giganteschi cocktail sono pieni di monitor che trasmettono nonstop qualsiasi rappresentazione sportiva in onda in quel momento e le dispute sportive tra università muovono interessi da milioni di dollari.

Non è un caso che il superbowl sia diventato un fenomeno mediatico, prima ancora che sportivo, mandato in onda in tutto il mondo e seguito da più di cento milioni di spettatori.

Lo sport, inteso come tenersi in forma – per metà della popolazione americana filosofia da seguire con dedizione maniacale – fa parte della routine di tutti i giorni; alle quattro del mattino le palestre sono piene di lavoratori che su treadmills velocissime, sudano sette camicie prima di entrare nella modalità manager.

Gli sport in America, e in particolare sport da ‘macho-wacho’ come il football, dove negli stadi all’aperto si giocano partite durante i glaciali inverni del New England in mezzo alla neve, (i games non si fermano mai non come nel calcio italiano dove si sospendono i match delle signorine per via di qualche goccia di pioggia!) sono la rappresentazione di una mentalità competitiva e vincente.

E spingono persone, diversamente insospettabili, a compiere imprese al limite della follia.

Come mia suocera, ex insegnante rigida e strutturata, che decide dopo aver superato i sessanta, di visitare tutti gli stadi di baseball del paese.

Lasciate stare che decida di tralasciare quelli visitati in precedenti occasioni, rimangono pur sempre una ventina di stadi e altrettante partite da prenotare, incastrare, programmare sul territorio di uno dei più estesi paesi del mondo.

A noi non resta che assistere da lontano alle imprese di quei due (mio suocero per l’indole volta al martirio o per pura rassegnazione, funge da principe reggente) e vedere l’ennesima foto digitale all’ingresso dell’ultimo stadio.

E’ inutile,  non si può competere con gli americani, perché anche nelle follie sono i migliori del mondo.

 

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