Morte nel terzo millennio

Sfogliando Vanity Fair mi è rimbalzata negli occhi, a freddo, un’immagine alla quale non ero preparata (ero in spiaggia con le mie figlie): il cadavere di una bambina in Siria, avvolta in un telo bianco, come un bozzolo, la boccuccia leggermente aperta, lo sguardo vitreo.

Quando ero poco più che adolescente, una sera alla televisione della cucina, mentre tutta la famiglia stava cenando, fecero vedere le immagini della guerra in Ruanda: mani e gambe staccate, ovunque morti disseminati lungo campi di sterpaglia.

All’epoca non era tanto comune mostrare foto di cadaveri in prime time, certamente non sulla carta stampata, c’era se non altro un senso di decoro –o chiamiamola decenza – nel capire fino dove ci si poteva spingere per accaparrasi la miglior audience.

I media sono obbligati per legge a nascondere i volti dei minorenni, se non espressamente concordato coi genitori, non si dovrebbe accordare lo stesso diritto ad un morto?

Sembra che la gente sia disposta, spinta da un macabro istinto di osservare il proibito (la morte è la vera frontiera della trasgressione) a fare entrare nel proprio mondo, i volti senza vita di sconosciuti, tragedie consumate a migliaia di chilometri di distanza.

Eppure, soprattutto i ragazzi (quegli stessi che magari vanno su You Tube a cercare le uccisioni di marines in Iraq o Afganistan), quando giunge la morte di una persona cara, un parente o un amico, stentano ad entrare in camera mortuaria e dare l’ultimo saluto.

La morte, in questo caso, è troppo reale. Troppo vicina.

I media, internet, hanno finito per anestetizzare le nostre emozioni più primordiali, più viscerali come l’amore, la paura e il rispetto per la morte; vediamo dappertutto a un click di distanza la rappresentazione di questi eterni sentimenti ma senza viverli con l’anima o con il cuore, ma solo con gli occhi e la testa.  

Ecco perché un cadavere in televisione o su una pagina di giornale, non muove nulla dentro di noi, mentre un uomo in carne e ossa, immobile disteso dentro una bara, è come un pugno allo stomaco, uno spettacolo che non vogliamo accettare.      

Sarà per questo che gli anziani, lontani per generazione all’esposizione tecnologica dei più giovani, non andranno mai ad un funerale senza prima aver salutato di persona l’amico che se n’è andato; molti di questi vecchi hanno vissuto in prima linea o di riflesso la guerra, gli stenti e la fame, vivendo a braccetto con la morte senza troppo curarsene.

Fino a qualche anno fa, davanti alla camera mortuaria di qualche conoscente, restavo ostinatamente al di fuori, incapace di salire quei tre gradini e omaggiare per l’ultima volta la salma.

Poi da un giorno all’altro qualcosa è cambiato e non ho più temuto quei visi scoloriti e quelle mani conserte, riuscendo a salire quei tre scalini che mi separavano non tanto dal morto quanto dall’ abbracciare l’ineluttabilità della morte come elemento intrinseco della nostra vita.

Si nasce sperando di vivere in eterno, o per lo meno fingendo di non arrivare mai al momento in cui ci si deve sporcare la testa con queste preoccupazioni.

La mia generazione non arriverà mai a convivere pacificamente con l’idea della morte, ma riconoscere di non essere immortali potrebbe portare il vantaggio di vivere pienamente la propria vita, qualunque ne sia la durata.

 

 

 

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