Un giorno in questura Vol. 2

Qualche giorno fa, lamentandomi alla Sandra Mondaini, esclamo stravaccata su  una sedia: “Sono stufa. Stanca morta”.

Mio marito ha avuto il coraggio di dirmi: “Eh…ma basta dire che sei stanca! Lo ripeti in continuazione”.

Qualche giorno dopo, lui era cappottato a letto in stato comatoso dovuto ad un raffreddore da cavalli, ed io gironzolavo per la casa allegra.

Mai molestare can che dorme…

Di ritorno nella città dove ancora – per vicende che hanno solo dell’assurdo – la nostra residenza, si è ricordato di ritirare la sua carta di soggiorno.

Ancora sconvolto dai residui del raffreddore, e con trenta gradi alle otto di mattina, decidiamo di approcciare l’Ufficio Immigrazione, che dev’essere un gran brutto posto in tutti i paesi del mondo, ma qui a P. lo è di per certo. 

Ma prima, il breve antefatto.

Circa tre mesi fa, (vedi” Un giorno in questura“), dopo aver pagato bolli che non dovevano essere pagati e atteso in piedi al freddo combattendo contro tunisini più scaltri, aveva depositato la documentazione per ottenere il permesso.

Il questurino dell’epoca gli aveva detto, in tono deciso:  “Fra circa otto settimane riceverai un sms in cui ti avviseremo che il documento è pronto. Se non ti arriva (della serie gratta e vinci, se sei fortunato vinci un sms) dopo due mesi e mezzo vieni qui.”

L’americano dagli occhi di ghiaccio, non è statoera tra i fortunati e il messaggio non gli è mai arrivato.

Dopo tre mesi, chiama al telefono l’ufficio competente e questa volta la questurina gli dice: “Eh, no. Non posso dirti se è arrivato. Tu hai la carta di soggiorno per matrimonio. Quella fa un giro diverso non è inserito al computer”.

In effetti, negli anni, il fatto di essere sposato ad un italiana (vogliamo un pochino riconoscere il mio sacrificio alla causa?) garantiva un canale appena più preferenziale, ad esempio ritirare la carta di soggirno senza dover fare la fila alle otto del mattino.

Oggi, 22 giugno 2012, la speranzosa famiglia, con piccola dal naso moccoloso al seguito, si presenta davanti allo stabile grigio e intimorente.

Come già detto – ma vale la pena ricordarlo – 30 gradi sull’asfalto incandescente e baffo perlato della moglie italiana.

Il piazzaletto antestante l’entrata è squallido. Ci sono delle sedie, è vero. Ma la maggioparte sono coperte di cacca di piccione, perciò inutilizzabili. Mi siedo con la piccola, pensando ingenuamente: “Lui è sposato con me, farà in un attimo”.

Doug entra, e in effetti, dopo poco esce. Cerco di scorgere tra le sue mani il foglio che per cinque anni gli garantirebbe la tranquillità legale-burocratica.

Mi guarda sconsolato, con quell’espressione di rabbia repressa e mal celata che conosco così bene.

“Non me lo danno”.

“Perchè?”

“Gli ho chiesto che dovevo ritirare il rinnovo della carta di soggiorno per quelli sposati a cittadini italiani. E lui, senza neanche guardarmi, mi ha detto: “Devi venire alle otto.”

“Posso almeno sapere se è pronto?”

“Figuriamoci. No. Non facciamo quello per nessuno. Devi venire alle otto”.

Le otto, vorrà dire la prossima volta che saremo qui a P. Domani è sabato, e loro non lavorano.

Provo a placare la sua frustrazione, quella sensazione di assoluta impotenza, negazione, quel senso di essere nulla.

Mi e gli auguro, che questa sarà l’ultima volta perché fra quattro anni, la cittadinanza dovrebbe essere pronta.

Già, la cittadinanza.

Ma chi vuole essere cittadino di uno Stato che ti tratta così?

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