Donne, sesso e maturità

Ci risiamo.

Apro Vanity Fair, rivista alla quale mi sono ultimamente affezionata, e comincia a salirmi una certa dose di incazzatura e delusione.

In copertina campeggia Isabella Ferrari, e sotto il suo nome la scritta: CONFESSO CHE HO TRADITO. L’attrice, invece di mostrare all’obiettivo un sobrio sorriso compunto, sorride sbarazzina, quasi a sponsorizzare un più subliminale messaggio, ma neanche così criptico: “Cari lettori, andate per il mondo e cornificatevi”.

In realtà l’intervista all’attrice non verte sul titolo di copertina e la Ferrari spazia, simpaticamente e con onestà, su diversi temi esistenziali; ma quello che rimane lampante è la volontà da parte della rivista di accaparrarsi più lettori vendendo sia l’immagine della donna trasgressiva che ammette senza falsa pudicizia di aver tradito, sia quella di una quasi cinquantenne nei panni dell’intramontabile femme fatale.

Già, la femme fatale.

Riusciremo mai noi donne a liberarci dello spettro della femme fatale?

Temo che in Italia la conquista da parte delle donne di una serena maturità, splendente e dignitosa, scevra da mosse da gattina, trucco sfumato sotto gli occhi, labbra rosso magenta, tacco quindici e l’ossessione da “tigre del ribaltabile” sia ancora lontana.

In Italia, oggi più che mai, la donna di mezza età sessualmente provocante sta alla ventenne taglia quaranta.

Paola Ferrari – una delle poche giornaliste sportive della Rai – nel mese di giugno, durante le trasmissioni sul Campionato Europeo di calcio, è stata massacrata su Twitter con messaggi ingiuriosi sul suo aspetto fisico, per i suoi presunti ritocchi al viso, l’uso di luci strategiche in studio, la presunta volontà di apparire più giovane.

E’ evidente che il pubblico maschile che seguiva sulla rai gli Europei di calcio, avrebbe preferito una ventenne di bella presenza magari un po’ scosciata – e pazienza se non sapeva distinguere Xavi da Iniesta – o al limite una cinquantenne alla Parietti con la sempiterna gamba cosparsa d’olio in bella mostra, decolté in prestito al servizio pubblico e una chilata di gioielli.

Perché solo le donne diventano oggetto di scherno se sforano dai rigidi dettami dell’estetica?

Da donna, potrei dire anch’io che quando mi ritrovo la faccia di Amedeo Goria – a.k.a. il provolone – in primo piano, mi viene voglia di cambiare canale.

E che dire allora di Galeazzi che quando viene inquadrato, sudato e trafelato, crea un eclissi su tutto lo studio?

Eppure noi donne non bombardiamo sul web né il profilo di Goria né quello di Bisteccone, e sapete perché?

Perché noi nasciamo con questo senso di inadeguatezza, di dover sempre dimostrare più degli altri, non solo verso gli uomini ma anche tra di noi (che sfocia poi nella competizione femminile); è scritto nel nostro patrimonio genetico, forgiato generazione dopo generazione.

E l’odierno inasprimento delle aspettative di bellezza nelle donne – a tutte le età – non fa che peggiorarlo.

Eppure all’estero non è così, c’è più indulgenza e dolcezza nel vedere una donna invecchiare, o per lo meno sono più bravi ad esportare differenziati modelli di bellezza femminile.

Cate Blanchett ha vinto un Oscar e vanta numerosi premi internazionali, è l’attrice australiana più talentuosa degli ultimi decenni, a quarantatre anni quando appare sulle copertine di tutto il mondo non ha bisogno di fare la pantera; il suo curriculum parla da sola.

Juliette Binoche, la quasi cinquantenne attrice francese, ci insegna che un ottimo vino ha bisogno di una lunga stagionatura: elegante, raffinata e bellissima, non ha bisogno di fare mossette, né foto col dito in bocca.

Meril Streep, mostro sacro del cinema, vincitrice di tre oscar e quasi una ventina di nominations, deve insegnare alle donne che si può essere giovanili senza essere giovani, se stesse senza esser mascherate, affascinanti senza doversi scoprire.

Continuando a nutrire – per non dire osannare- una cultura misogina, aizzando la gente verso il miraggio di una vita senza regole (siano esse coniugali, lavorative o finanziarie), si costruiscono le basi per una società senza più moralità, né amor proprio.   

 

  

  

 

 

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