Pazza gita alle Cinque Terre

Due giorni fa arriva l’invito per una gita in barca da P., americana trapiantata alle Cinque Terre da anni che, tra le varie cose, organizza col marito, ex pescatore, gite in barca su tipici gozzi liguri nel Parco Marino Protetto. 

Visto che abbiamo solo pochi giorni per sfruttare i nonni baby sitters, ci guardiamo in faccia e accettiamo al volo.

Arrivati al molo, individuiamo subito la barca, – c’è anche il cagnolino del proprietario che salta dentro e fuori in febbrile eccitazione – e ci incontriamo con il capitano. Tempo un paio di minuti e arriva L., l’americana che accompagna i gruppi fungendo da intrattenitrice sociale, e subito i due cominciano a beccarsi – lui non è contento che il gruppo del giorno prima si sia scolato una quantità esagerata di bottiglie di Prosecco (incluso con aperitivo e pranzo nel prezzo).

L. ha portato anche l’impianto stereo dell’ipod e Gesubambino di Dalla comincia a diffondersi sulla barca ancora ormeggiata; io e Doug  ci guardiamo intorno per qualche momento, fino a quando la voce strozzata del capitano fa capolino: “Porca miseria! Mi sono cioccato un dito”. Non c’è bisogno di essere liguri per capire che il capitano s’è fatto male a un dito.

Mi chiama con il panico nella voce e mi chiede di pescargli il fazzoletto – moccoloso e lercio – dalla tasca dei pantaloni ed io eseguo (non credo di avere un futuro come assistente chirurg0; comunque trovo quello che gli serve e riesce a tamponare il taglio causato dal coltello mentre spaccava il ghiaccio (non so perché, ma in quel momento, tutto quello a cui riesco a pensare è Basic Instict).

A fine giornata, all’ospedale di Levanto, gli daranno 6 punti nel pollice.

Arriva anche l’altra coppia che ci farà compagnia, due americani di settant’anni in giro per il Mediterraneo con la Costa Crociere carichi di soldi; lei infatti esclama a P. non appena vede il gozzo: “Oh, ma è questa la barca?” Forse pensava di andare in giro sulla yacht di Rihanna

La barca prende il largo e L. comincia con quel tono troppo alto, tipico degli americani, a sparare boiate e battute di basso livello, e la sua voce, via via che aumentano i bicchieri di Prosecco – che nemmeno io rinnego (a caval donato non si guarda in bocca!) – si alza di varie ottave e comincia ad scambiare battute hot con il marito, decisamente ringalluzzito.

Gli altri due partecipanti sulle prime rimangono vestiti, poi cominciano a togliersi la maglia, fino a quando non rimangono che in costume.

E lì, accade quello che non ti aspetti.

Voglio dire, non ti aspetti da un attempato americano , (vabbé che aveva già un indizio a suo sfavore, i jeans al ginocchio sfrangiati sulle cosce): sfoggiare senza il minimo pudore, il costume più striminzito che la storia ricordi.

Sento il dovere di soffermarmi ancora sul costumino. Il capo in oggetto, non era la canonica mutanda nera attillata, piuttosto un parente stretto del tanga, così piccolo che la carraia del modello non era più un mistero per nessuno a bordo. Ma lui, lo porta con splendida nonchalance, sarà che dopo mezz’ora siamo già alla seconda bottiglia di vino.

E intanto le Cinque Terre sfilano di fianco a noi, sono di una bellezza emozionante e la giornata è ideale, il mare è una tavola e le trasparenze variano dal blu al verde turchese. Fare il bagno è un sogno.

Dopo il primo round di aperitivi e un paio di tuffi, mi immagino che presto toccheremo Riomaggiore e poi ancoreremo per pranzo. Ma il capitano ha altri programmi.

Ha appena ricevuto una telefonata da un amico, c’è bisogno di una mano per pescare quello che sembra, un pesce enorme attaccato ad una boa. Nel giro di cinque minuti un gommone lo viene a ritirare e noi ci ritroviamo senza comando.

L. non è preoccupata: una ragione in più per darci sotto col Prosecco. “Cin cin!” grida per nulla impensierita dall’accaduto.

Il capitano è tuttavia di parola, perché dopo mezz’ora è già di ritorno, sconsolato nell’ammettere che il pesce non solo non l’avevano pescato, ma non esisteva nemmeno.

Avevo detto ai miei genitori che la gita sarebbe durata un paio d’ore, ma comincio a pensare che ci vorrà molto di più…

Dopo un’altra ora, sulla via del ritorno ci fermiamo per pranzare, io mi abbuffo, Doug un po’ meno; il menù prevede tutto quello a cui lui è allergico: patate e crostacei. Pazienza, mi toccherà mangiare anche la sua razione, spero solo di non affondare al prossimo tuffo.

Sono già passate tre ore dall’inzio della gita, se partiamo adesso possiamo essere a casa ad un orario decente, ma il capitano non ha nessuna voglia di mettersi al timone.

Si sistema con tutta tranquillità su una panca e accampato alla belle meglioso si mette a dormire.

La barca, ora, assume contorni da romanzo d’avventura, non c’è più speranza per noi, naufraghi dagli stomaci pieni.

Tutto è silenzio: i due americani cominciano ad avere quell’espressione tra il perso e il rassegnato (hanno più volte detto che devono prendere il treno per La Spezia per poi tornare sulla nave), L. è a prua che prende il sole, Doug e io siamo a poppa ad abbrustolire sotto il sole torrido. Nessuno parla.

E’ solo grazie alle insistenze dei due americani che si riesce finalmente a svegliare il capitano e convincerlo a partire.

La via del ritorno è stata intrapresa, ancora una ventina di minuti, e saremo a terra, rimane giusto il tempo di qualche foto di rito che ci regala ancora qualche perla da ricordare.

L. sta per fare la foto ai due signori ancora in costume, al che la moglie raccomanda al marito di coprirsi un po’ nelle parti basse, lui, con ancora ben saldo il bicchiere di vino tra le mani, mugugna in un ‘inglese alto’: “Cristo Sally, mica mi si vede l’uccello!”. 

Nel preparare lo zaino realizzo che i miei occhiali D&G riposano nel fondo del mare, da qualche parte tra Manarola e Corniglia, vittime dell’ultimo tuffo post gamberone.

E improvvisamente capisco che alla mia età, il profumo di prosecco e libertà, mischiati insieme, fanno solo che dei danni.

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