Un giorno in questura: ultimo capitolo

Si stava avvicinando la data entro la quale bisognava ripresentarsi in Questura per il famigerato rinnovo della carta di soggiorno, e sebbene il funzionario gli avesse garantito di fornirgli il permesso di soggiorno permanente, Doug non era per nulla fiducioso.

Per certo non voleva partire alle cinque del mattino, guidare due ore di autostrada per ricevere un altro secco rifiuto.

Da buoni italiani, in famiglia (soprattutto mio cognato che al pari delle parrucchiere, facendo il meccanico conosce un uomo in ogni ufficio pubblico) gli avevamo detto di sentire “qualcuno” che lavorasse in questura  e che potesse dargli una mano, o che gli dicesse almeno se quel dannato pezzo di carta fosse pronto.

Dando fiato alla sua natura di americano self made man, aveva testardamente rifiutato le nostre pressioni (che come volevasi dimostrare avrebbe dovuto ascoltare molto tempo prima), ma alla fine, dopo una riluttante alzata di spalle, ha finalmente passato la palla a mio cognato.

Che guarda caso, aveva l’uomo al caso suo.

“Pronto.”

“Ciao, sono S.”

“Buongiorno, ehm…sì, io sono l’americano che ha dei problemi con la carta di soggiorno”.

“Nooo. Ma quali problemi. Non ci sono problemi”.

S. è il tuttofare della questura, e al telefono gli assicura che entro 24 ore gli farà sapere se la carta è pronta.

Il giorno dopo, il tuttofare siciliano richiama, confermando il via libera.

Nel giro di qualche ora, il telefono squilla ancora.

E’ il funzionario col quale aveva parlato in questura l’ultima volta, quello che gli aveva garantito il permesso di soggiorno permanente.

Cosa vi avevo detto dei meccanici? Anche il funzionario porta la macchina nell’officina di mio cognato.

“E’ pronto. Puoi venire a ritirarlo.”

“Vengo alle otto, allora”.

“Noooo. Ma che otto. Vieni pure quando vuoi.”

Come, l’altra volta era andato alle nove, ed era stato lui che guardandolo appena, gli aveva detto di togliersi di mezzo e di tornare all’ora in cui venivano tutti…

“Ah, poi volevo dirti che per problemi “tecnici” non sono riuscito a farti avere quello permanente”.

Com’è che questa notizia non mi sorprende?

Qualcosa mi dice che fra cinque anni ci troveremo ancora lì, nello stesso piazzale accaldato, tra mozziconi di sigaretta e bestemmie in arabo a rinnovare la stessa carta di soggiorno perché, come tutti temevamo, la cittadinanza stenta ad arrivare.

Che il sistema sia un sistema assurdo, lo sanno tutti, per primi gli impiegati, alienati da ore e ore di front office davanti a cittadini dall’italiano smozzicato; ma sebbene colpevoli di discutibili trattamenti nei confronti del pubblico, il problema nasce all’origine.

Una famiglia extracomunitaria che deve rinnovare il permesso di soggiorno, con – supponiamo – due figli a carico arriva a spendere all’incirca cinquecento euro, non proprio due lire…

All’arrivo in questura, la situazione è totalmente diversa rispetto alle ultime volte.

Tempo un paio di minuti, e il tuttofare si presenta al balcone, in meno di un minuto il nome di Doug, echeggia al microfono.

Un grazie e arrivederci e un augurio di poter venire presto alle Cinque Terre e tutto è fatto.

Il tuttofare si mette al balcone e saluta, e benché sulle prime finga il più assoluto diniego nell’accettare una bottiglia di vino, poco ci vuole per convincerlo a cambiare idea. Come lui ricorda, una volta una persona a cui diede una mano, gli disse: “Se non accetti un regalo, vuol dire che non lo meriti”.

Questa è l’Italia, e l’efficienza vola meglio sulle ali del favoritismo.

 

 

 

 

  

     

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