Usain Bolt e lo schiaffo alle super potenze

Brandon è il tipico americano un po’ scemo.

Ventidue anni, maleducato a tavola, ignorante ma con arie da saputello e perennemente connesso al suo i-phone, anche quando in vacanza all’estero. Qualche sera fa, quando M. Phelps gareggiava per battere il record di medaglie vinte a un’Olimpiade da un singolo atleta, tutto quello che importava a Brandon era il conteggio di medaglie d’oro che gli States stavano vincendo rispetto alla Cina.

Forse non tutti sanno che ad ogni Olimpiade in America si scatena l’assalto al primo posto in cima al medagliere; media e commentatori danno ampio risalto alla lotta per diventare la nazione più titolata. Se gli States hanno vinto più ori ma in totale meno medaglie nel medagliere a stelle strisce compaiono al primo posto, se invece hanno più medaglie in generale ma meno ori compaiono comunque al primo posto.

Insomma due pesi, due misure, basta essere i migliori.

Il Presidente in carica del Comitato Olimpico Jacques Rogge, subito dopo Pechino 2008, aveva criticato Usain Bolt per il suo modo di celebrare le vittorie “non in accordo con quello che noi pensiamo debba essere un campione” accusandolo di mostrare “poco rispetto per gli avversari”. Anche alcuni commentatori italiani, in questi giorni, hanno sardonicamente biasimato il carismatico leader dei cento metri.

Certo non siamo davanti alla composta eleganza di Carl Lewis (che anni dopo, meno elegantemente, sollevò sospetti infondati sull’uso di doping da parte dello stesso Bolt); in pista Bolt è irriverente, chiassoso, spettacolare.

E questo dà fastidio, perché rompe i rigidi schemi olimpici. Dà noia che un uomo che prima della gara abbia il carisma di fare un autentico show davanti alle telecamere, poi riesca a raccogliere energia e concentrazione e con una leggerezza sbarazzina, stracci di parecchie falcate tutti gli altri corridori facendoli sembrare otto cavalli da corsa alla rincorsa di un ghepardo.

Per vederlo, anche le stelle del basket U.s.A si sono presentate ieri allo stadio.

Usain Bolt non ha il misurato contegno delle stelle americane che prima di lui hanno dominato la sua specialità, ma dove passa lui, qualunque altra medaglia d’oro appare di un giallo sfumato.

La vittoria di Bolt nei cento metri, sul suolo di Londra è ancora più bella perché non solo si ripete a distanza di quattro anni e irride le super potenze che si sfidano a colpi di medaglie, ma perché arriva qualche giorno dopo il cinquantesimo anniversario dell’indipendenza giamaicana dal regno di sua Maestà.

Usain Bolt non poteva offrire un regalo migliore, God save Jamaica.

   

 

 

 

 

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