Il coraggio delle scelte

Molte persone, da quando abbiamo deciso di trasferirci in un’altra città, in un’altra regione, ci hanno spesso detto che avevamo avuto coraggio, ma io non mi sono mai sentita particolarmente intrepida nè ci ho mai visto nulla di eroico nel pensare di cambiare vita.

Questa mattina, di ritorno a Parma, il cielo era grigio e le nubi attanagliate alla città, minacciavano bufera. La città aveva quell’odore di umidità che sempre accompagna la fine di ogni estate quando, sulla terra ormai secca, si scaraventa una ridicola quantità di aria, pioggia e polvere.

Guidando per le strade già affollate di parmigiani tornati al lavoro, le coordinate di tutta una vita rimanevano le stesse di sempre: la puzza di asfalto sulla strada bagnata, le pozzanghere enormi agli incroci delle vie, gli autobus arancioni pieni di passeggeri sudati e ciondolanti, il giallo e il marrone delle facciate, le prime foglie secche che cominciano piano a svolazzarsene dagli alberi, il torrente, asciutto e fetido che taglia la città.

Nel mio vecchio quartiere, la quotidiana fiumana di gente comprava frutta da Mimmo, Marta ha venduto il suo negozio di casalinghi e se n’è andata in pensione, i ricordi di una vita con suo marito le schiacciavano il petto, il greco – saggio filosofo nascosto dietro macchine fotocopiatrici per studenti universitari  – ci ha salutato con calore, nel negozio di cornici, Marina vendeva distratta costose intelaiature per le foto di qualche nuovo nipotino appena arrivato. 

Dentro l’edicola, nascosta da mille riviste, Carla vendeva la Gazzetta di Parma e salutava i vicini, Riahi raccontava di quanto buoni fossero i datteri della Tunisia, (ma non quelli nel nord, i migliori sono quelli che nascono nel deserto), mentre Nicola e Mario spiegavano che ormai, in drogheria, nessuno compra più la borragine.

Il movimento delle persone pulsava nelle vene di una città ferma, immobile, uguale a se stessa.

Che potere assurdo e inaspettato ha la nostalgia! Ti sale fin su, passa dalle narici, rimbalza negli occhi e si ferma ostinata in gola e finisci per non levartela più di dosso. Finisci per portarti dentro a malincuore quella puzza di asfalto e le nuvole basse che per tutti sono un niente mentre per te è casa.

A Levanto – inizio di una nuova idea di nido – non c’è Mimmo, né Mario, nemmeno Marilena e neanche Gianito, nessuno conosce Mirco e gli autobus sono blu; non c’è un torrente puzzolente pieno di nutrie, il parco dei bambini non ha il trenino di Vittorio, i grilli sono solo una specie di insetto e il Lambrusco non lo beve nessuno.

Camminare con la tranquillità di sapere dove andare è come dormire su lenzuola di cotone, rimboccate da amorevoli mani.

Lasciare quell’abbraccio rassicurante, i riferimenti di una vita, le conoscenze condivise e un comune sentire, forse, è coraggio.

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