Tra fuoco e fiamme: incendio a Gallona

Era lunedì pomeriggio intorno alle tre. Il sole splendeva placido tra le fronde delle palme e degli ulivi, coi miei suoceri da una settimana con noi, sedevamo fuori sul portico: mio suocero beveva un caffè, mia suocera giocava con le bimbe.

Tutto ad un tratto, dal nulla, uno rumore intenso, difficile da distinguere fende l’aria immota e silenziosa. Dapprima sembrava lo schioppettio che fanno i legnetti nell’attimo in cui parte la combustione quando si preparara un barbecue d’estate con gli amici.

“Forse il vicino sta bruciando la legna”. Dico a Doug senza troppa convinzione.

Trovo strano che dopo quattro mesi di siccità R. decida di bruciare le sterpaglie dell’inverno.

Bastano pochi secondi per capire che il suono è troppo potente per un piccolo fuocherello. Il rumore si fa subito più intenso ma sarà il crinale, l’erica che ricopre la collina, il vento che soffia da est, non riusciamo a localizzarlo. Quel rombo sordo ricorda quelle frane che dispiegandosi su una montagna trascinano con sé roccia e pietre.

Ma dove puà esserci una frana così vicina a noi?

Nello spazio di una manciata di secondi, dietro il canneto sotto casa, subito sopra i capannoni della zona industriale spuntano, incredibili perfino da credere, le lingue di fuoco dell’incendio sottostante.

Le canne che scoppiano con violenza, sventrate dal calore del fuoco, creano un rumore secco, quasi metallico.

Corriamo giù per la strada per capire la direzione del fuoco.

Difficile da credere che a neanche un anno di distanza, dalla nostra bocca debbano uscire le stesse parole indirizzate ai miei suceri “Tenetevi pronti per scappare”.

L’unica differenza è che quella volta scappavamo dall’acqua e dal fango, ora dal fuoco.

Doug mi lancia il cellulare e mi chiede di chiamare i vigili del fuoco mentre cerca di passare la curva e capire cosa succede. In quel momento non riesco a ricordare che è 115 il numero da digitare, intanto chiamo il vicino di casa- lo stesso che chiamai un anno fa per sapere se tutta l’acqua che correva giù dalla montagna fosse normale – e informarlo di quello che sta accadendo.

Mi ricorda il numero dei vigili e li chiamo immediatamente; sono già a conoscenza del fatto che c’è un incendio in corso a Gallona, stanno rintracciando le squadre.

Il tempo passa ma sembra un’eternità, spostiamo la macchina dal garage per tenerci pronti, i miei suoceri – anche se non lo danno a vedere – sono preoccupati ed increduli. Si stenta a credere che debbano testimoniare un’altra situazione di pericolo.

Trascorrono i minuti e ancora non si vede il camion dei pompieri ma nel frattempo chi abita nella zona critica comincia a sfrecciare da tutte le direzioni, per accertarsi di un parente, della casa, di un vigneto. Il signore che abita due case più in su sfreccia con la sua Ape verde, lo sguardo è stralunato, sudato, sconvolto, sua moglie è sola a casa con i nipotini.

Richiamo i vigili del fuoco facendo pressione e mi dicono che stanno tentando di recuperare i volontari al momento fuori sede e che una squadra di Brugnato è già partita.

Tempo ciqnue minuti arriva una camionetta di quelle piccole, è già qualcosa, ma tutti capiscono al volo che non basterà a domare le fiamme, ci vuole almeno un camion più grosso.

V. il nostro vicino, arrivato anche lui, cerca di tamponare un pino che sta per prendere fuoco, bisogna evitare che si incendino gli alberi vicini alle case e all’albergo; se ne partisse uno partirebbe tutti gli altri.

Devo trovarmi per un appuntamento giù dalla strada, non posso non esserci, a malincuore saluto la mia famiglia, per ogni cosa ci sentiremo per telefono. Mi avvio a piedi in massima allerta, i carabinieri stanno già bloccando la via; gli ospiti dell’albergo per ora non possono tornare nelle loro camere.

Sulla strada c’è C. – che vive qualche casa più in su -, ha caricato Baxter – il suo pastore tedesco – nel bagagliaio, suo marito D. è rimasto su. E’ in lacrime, le fiamme hanno cominciato ad entrare nel suo terreno.

Da giù, oltre al viavai di forestale, finanza, polizia la scena è spaventosa.

Una nuvola di fumo grigio e nero avanza e fluttua sopra la valle, scoppi di pile, bombole e dio solo sa cosa, ruggiscono minacciosi, le fiamme sono alte e ben visibili. Un gruppo di vecchi contadini guarda la scena bisbigliando piano.

I pompieri non bastano, ci vuole l’elicottero, ancor meglio il Canadair.

Continuo a sentire Doug che mi assicura che a casa nostra tutto è ancora relativamente tranquillo, difficile da credere guardando l’incendio ingrandirsi a macchia d’olio giù a fondovalle.

E finalmente un rumore di eliche spunta dal mare: è l’elicottero che si precipita sull’incendio in una sfida contro il tempo. Bisogna salvare le abitazioni.

Non passa molto che un Canadair freccia colorato facendo spettacolari evoluzioni tra le case e gli alberi, lo ammiro quasi fosse un dio greco col cuore gonfio di riconoscenza, a pilotarlo è una donna e il mio pensiero va a lei e ai coglioni che porta sotto la divisa.

Intanto Doug e le bambine con i miei suoceri, hanno abbandonato la casa e vengono a raggiungermi, la gatta è salva nella gabbia. E’ sopravvissuta all’alluvione, non la lascio carbonizzare.

Dopo un paio d’ore di viaggi nonstop il fumo è in calo, ci avviciniamo ad una vigilessa che ci rassicura, il peggio è passato.

Nell’aria comincia a sentirsi acre l’odore di fumo e plastica, pizzicante si attacca in gola.

Rientriamo a casa, e senza dovercelo chiedere ci versiamo un bicchiere di vino, non importa se sia rosso o bianco.

Dopo cena, io e Doug facciamo due passi per vedere la situazione: tutto è buio, la luce è saltata, il cielo è nero pece, l’oscurità è intervallata dalle luci delle camionette dei pompieri, che vigileranno l’area tutta notte, e le fiammelle dell’incendio non ancora spento.

Offriamo un paio di bottiglie di lambrusco ai volontari che accettano con riconoscenza, è banale ma in questo momento sembrano eroi ai nostri occhi.

Dicono che l’incendio sia stato causato da una leggerezza. Dicono che un uomo di mezza età stesse bruciando delle canne nel suo terreno. Dicono che la benzina che ha utilizzato abbia creato un fuoco scappatogli poi di mano. Dicono che tutta la città sappia chi sia. Dicono che non si sia assunto le proprie responsabilità davanti alle forze dell’ordine.

L’omertà, non appartiene solo alla Sicilia. 

 

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