S.U.P. a Levanto

La prima volta che ho visto un s.u.p – stand up paddle – è stato su un giornale di gossip in America, dove le star planetarie lo praticavano in qualche baia delle Hawaii.

Ricordo Courtney Cox e Jennifer Aniston, in piedi sulla tavola a pagaiare con un remo nelle placide acque del Pacifico.

Sembrava un gioco da ragazzi!

Per una cresciuta a pane e Point Break, con il mito di poter un giorno cavalcare le onde di Bells Beach, starsene in piedi su una tavola da surf formato maxi pareva quasi blasfemo.

Così, sabato pomeriggio, dopo una giornata pressoché interminabile tra consuoceri e conzii, ore cinque del pomeriggio, abbiamo mollato tutti e siamo partiti per la spiaggia dove c’è un negozio che affitta le tavole.

La logica diceva di no, ma il mare chiamava…

Ora, lasciatemi dire che se siete absolute beginners in qualsiasi attività, non è una buona idea andarci dopo aver oltrepassato la soglia consentita per l’assunzione di alcolici.

Il mare era leggermente mosso, e il tipo del noleggio ci ha guardato in faccia poco propenso, poi, dopo averlo tramortito con una zaffata di prosecco, l’ho convinto.

Ora, sabato era una di quelle giornate dove il frizzantino del vino era l’unico elemento capace di placare il caldo e i parenti.

Fortunatamente alle cinque del pomeriggio di sabato 22 settembre, la spiaggia non era affollata.

“Tenetevi sotto costa. Altrimenti la corrente vi porta in fuori”.

No problema, amigo“. Mi sento già una star di Hollywood. Se non fosse per la panza molliccia che straborda dal costume abominevolmente troppo ridotto, potrei anche passare per la Cameron Diaz de noantri.

Saliamo sopra e ci sentiamo fichissimi.

Il mare è nostro, la baia si allontana, le trasparenze sono favolose e le nubi basse si perdono all’orizzonte presagendo un tramonto dai colori sgargianti.

Mi sento pronta, è il momento, spavalda quasi come Mario Balotelli, mi alzo in piedi. E in quel momento, il peso di un numero imprecisato di prosecchi mi presenta il conto da pagare. Salatissimo.

Come un gatto di piombo fendo l’aria e cado rovinosamente in mare con uno spataplash che nemmeno la Marini ha fatto dall’elicottero durante l’Isola dei Famosi.

Ci riprovo.

Ancora.

E ancora.

Un’altra volta.

Il numero delle catastrofiche cadute è incontabile, mentre mio marito – grazie alla parsimonia dimostrata a pranzo e uno spiccato senso dell’equilibrio (è anche magro e fa una discreta figura in controluce, il bastardo) non fa una piega e sghignazza da lontano.

Il sale mi brucia gli occhi ed esce dal naso sotto forma di moccolo bruciacchiante.

Non mollo, piuttosto affogo al largo di Levanto, devo fare qualche pagaiata in piedi. Tutto a un tratto ho un rinnovato rispetto per Jennifer e Courtney.

Sbracata, il capello schizzato in aria, l’occhio rosso, mi avvicino alla costa, dopo trentasette cadute o giù di lì, cavalco trionfante la tavola e mostro un orgoglio da capo tribù.

Forse, riesco a salvare la faccia.

Di certo, la sbornia è passata.

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