Psicoanalisi e strizzacervelli

La prima la incontrai che avevo vent’anni. Durante il mio viaggio in Spagna e Portogallo ci lasciai anche la cabeza e me ne tornai a casa salutando a malincuore i miei amici che continuarono allegramente a sbronzarsi alla mia faccia. Il suo studio era molto serioso, una scrivania in cristallo e un portatile nero con racchiusi i segreti di mezza città e una poltrona in pelle umana. Centomila lire a seduta. Durai qualche seduta e mi auto-guarii.

La seconda volta me ne consigliarono un’altra e fu subito amore a prima vista; le dissi che mi trovavo impantanata in un sentiero pieno zeppo di fango e non riuscivo a venirne fuori. Lei, con mio grande stupore, mi capì al volo. Dopo diversi mesi, assimilai anch’io alcuni concetti e trovai il coraggio di mollare tutto, destinazione Dublino. Quello che capì un po’ meno fu mio padre, ma questa è un’altra storia…

La terza volta, mi trovavo veramente fuori rotta. Vecchi scheletri erano tornati a bussare alla mia porta e non vedevo da nessuna parte un’uscita d’emergenza. Mi accolse tra nuvole di incenso e sedie Ikea, mi parlò di Jung e toccai profondità prima d’allora sconosciute. 

Quindici anni fa, andare dallo psicologo, o neuropsicologo o strizzacevelli era – in Italia – qualcosa da tenere nascosto e nella peggiore delle ipotesi di cui vergognarsi. Se andavi in terapia avevi “qualcosa che non andava“.

Quando chiamai mia madre dall’aereoporto Portela di Lisbona dicendole che sarei tornata a casa prima del previsto e che avrei voluto incontrare uno psicologo, le sue parole furono: “Oh, madonna“.

Parlando questa mattina con qualche amica di Levanto mi sono resa conto che in un piccolo paese, la mentalità della gente di fronte alla psicoanalisi non è molto diversa da quella di mia madre quindici anni fa. Nell’aria si respira ancora quel senso di profano e disapprovazione quando salta fuori la parola analista.

Augusto, un saggio amico partito da poco, mi raccontava sempre che tutti, in Argentina, già cinquant’anni fa – anche le donne delle pulizie – disquisivano di Jung e Freud, con quella famigliarità con cui noi possiamo parlare di Belen o Emma Marrone. Woody Allen ha costruito la sua fortuna a Hollywood raccontando di uomini sciroccati e in terapia da decenni.

In Italia, salvo alcuni ambienti aristo-chic, già ammettere di avere un problema è visto come una pecca, andare a “chiedere” aiuto a qualcuno, un marchio di resa.

Ma se quando si ha male a un ginocchio si va dall’ortopedico, e quando non si respira bene si prenota dal pneumolgo, perché quando c’è qualcosa che appesantisce l’anima si è restii ad andare da uno psichiatra?

Certo, così come l’ortopedico e il pneumologo non sono immuni da errori, anche l’analista potrà non trovare la soluzione del problema, tuttavia non riesco a pensare che…

se D. fosse andato a parlare con qualcuno, avrebbe superato la morte del padre; se A. si facesse aiutare, non dovrebbe correre da sua madre ogni volta che ha un attacco di panico; se R. fissasse qualche seduta, potrebbe riconoscere di amare gli uomini come lui.

Insomma, dopo tre strizzacervelli e quasi un ventennio di pippe mentali, sono sempre più convinta che i veri pazzi, siano quelli che dallo psicanalista non ci vanno.

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