Svizzera

Ci sono posti nel mondo dove il tempo va avanti più lentamente che da altre parti, la regione dello Jungfrau in Svizzera e la vallata dove si adagia un paese piccolo piccolo chiamato Stechelberg sono uno di questi. 

Dopo aver lasciato Iterlaken  guidando una decina di chilometri verso sud, si entra in un magico anfiteatro fatto di pareti rocciose,esili cascate che zampillando sfiorano i versanti, montagne alte quattromila metri ( la catena dello Jungfrau e dell’Eiger occupa imponente quasi tutto il cielo a disposizione). Sembra di trovarsi in una buca profonda un migliaio di metri.

Ci si sente come piccoli lombrichi di fronte a questi mostri sacri! 

Le abitazioni diventano via via più sparse e i camini delle case di legno, nonostante siamo ancora in settembre, hanno già cominciato a fumare.

Nei recinti davanti alle entrate delle case, al posto di cani e gatti, ci sono capre, pecore e mucche, e se si è straordinariamente fortunati come lo siamo stati noi, si può presenziare alla transumanza delle vacche che vengono ricondotte a valle dopo l’estate trascorsa a pascolare in altura.

Lo spettacolo è unico.

Accompagnate per lo più da donne con rami o bastoni, le mandrie, formate da qualche decina di capi, discendono lungo un torrente assordante; gli esemplari più belli sono adornati con fiori colorati e rami di pino tra le corna e indossano i campanacci più grandi.

Un anziano signore, adagiato su una panchina, osserva le mucche come se conoscesse il nome di ognuna e improvvisa uno jodel che ci lascia sbalorditi.

Dormiamo in un vecchio rifugio che nella sala comune, dove gli ospiti mangiano quel cucinano al piano di sotto, conserva i vecchi registri dei visitatori, alcuni risalgono perfino al 1927. Il mondo è cambiato ma questo antico e polveroso Alpenhof – come buona parte di questa zona rurale – è rimasto intatto. 

Marc, un inglese dalle origini greche, lo gestisce da quasi dieci anni e malgrado in inverno il sole non batta mai sul rifugio per tre mesi di seguito, non vorrebbe vivere in altro posto che qui.

Ci chiediamo come possa essere questa vallata in dicembre, ai piedi di una delle montagne più magnetiche del mondo, avvolta nell’ombra e nel silenzio.

Sarà dover dividere i fornelli con una coppia di signori olandesi, sarà la puzza di muffa che avvolge le pareti di questa cucina interrata ma attrezzatissima, l’ordine dei propri averi lasciato da visi sconosciuti o l’idea di essere solamente una pedina nel perenne alternarsi di viaggiatori, mi sembra di essere tornata in qualche puzzolente ostello irlandese.

La mattina dopo, mentre scendo le scale per infilarmi in uno dei bagni nel corridoio, da una porta laterale scivola fuori una figura che ha visto risvegli migliori: è in boxer, scalzo e i capelli grigi scendono sparpagliati sulla faccia, è ingobbito e dall’incertezza dei suoi passi capisco che la nottata è stata alquanto burrascosa.

Fa piacere constatare che certe cose non cambiano mai.

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