Quei magici posti nascosti ai più

Dopo mesi, a volte anni, di dedizione a figli e famiglia, molte persone non vedono l’ora di poter finalmente fare quella cosa che per così tanto tempo hanno dovuto posporre.

C’è chi prenota una giornata al centro benessere per essere spalmata con fanghi e unguenti oleosi; c’è chi vola  a Londra per un weekend per andare a trovare la migliore amica che adesso vive lì; c’è chi si iscrive al corso di hydro-bike o pole dancing.

Io, per circa quattro anni, volevo raccogliere le olive.

Potrebbe sembrare un desiderio al limite della schizofrenia, la maggior parte della gente vuole distensione, relax, divertimento, leggerezza; non vogliono – dopo mesi di rinunce causa poppate o quinta, sesta, settima malattia –  far coincidere la parola libertà con fatica.

Che qui in Liguria raccogliere le olive sia un lavoro duro, non è un segreto per nessuno, gli uliveti non sono mai in piano e il terreno sul quale poggiano gli ulivi è instabile e dalle pendenze che sfidano le leggi di gravità.

E’ stato sempre mio marito che negli ultimi anni, sebbene non vivessimo ancora qui, curava la campagna delle olive perché o ero incinta o allattavo… già, è stata più o meno questa, la mia dimensione negli ultimi cinque anni…

Indicibile è stata la gioia di mio marito di poter delegare ad altri il compito (a lui ingrato) di sistemare le reti sotto gli ulivi cucendole insieme, in modo da creare un tappeto arancione che potesse accogliere e raccogliere le olive in caduta.

Il bosco dei cento acri” e “L’isola che non c’è” sono, per quasi tutti i bambini, posti magici che dimorano nella loro fantasia per molto, molto tempo; e per quegli adulti che ancora conservano quel barlume di giovinezza, ci sono posti altrettanto straordinari proprio dove la gente passa tutti i giorni senza nemmeno accorgersene.

Il nostro uliveto è ai bordi di una strada provinciale, proprio sotto uno di quei borghi incastonati alle spalle di Levanto, ma in pochi riescono a scorgerlo tanta è la pendenza e alte le fronde degli alberi. Rimane un fazzoletto di terra nascosto ai più.

Questa mattina, mentre con calma e pazienza ripercorrevo il lavoro metodico di centinaia di vecchie mani e di quei pochi che ancora lo fanno, il campo si è trasformato in un luogo senza spazio né tempo, o per lo meno secondo i canoni moderni.

Nel silenzio della valle, solo le campane delle chiese scandivano gli istanti, qualche latrato lontano si perdeva tra le cime e le chiacchiere indistinte dei lavoratori sui monti arrivava sfumata fino a me.

Credo che il mistero e il miracolo della natura stiano nella capacità di calmare anche le menti più laboriose!

Dovessi farlo tutta la vita o come fonte di sostentamento per la mia famiglia, temo che la magia si dissolverebbe tra i risvolti di una quotidianità obbligata, ma è bello realizzare, anche solo ogni tanto, che il mondo non finisce dietro lo schermo di un computer o sulla tastiera di un i-phone.

   

 

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