La solitudine dell’uomo americano

Dopo aver sentito parlare in qualche serie televisiva americana per la centesima volta di dysfunctional family – un concetto che solo trent’anni fa non esisteva in America – ho cominciato a riflettere sul perché negli States le famiglie si sgretolano molto più facilmente che da noi.

Da quello che ho potuto osservare, una delle cause per cui le famiglie diventano disfunzionali, – a costo di sembrare d’aver scoperto l’acqua calda – è la dimensione delle case.

Per venire a capo della questione, devo prendere in prestito lo schema mentale di un gioco che tutti gli americani conoscono: six degrees of Kevin Bacon.

1- Le case in America sono di proporzioni maggiori rispetto alle case italiane, ogni figlio ha di solito la propria camera da letto e spesso il proprio bagno, c’è almeno una stanza degli ospiti ed il basement è generalmente una parte abitabile della casa. La metratura media – se escludiamo gli appartamenti nei centri delle grandi città come NY, Chicago o San Francisco – è di almeno duecentotrenta metri quadri, e questa non include lo spazio fuori.

2- Con tutta questa superficie a disposizione, è un attimo sparire dalla vista dei genitori o degli altri fratelli altrimenti in mezzo alle scatole e diventa estremamente facile non vedersi per alcune ore.

3- Avere la possibilità  di isolarsi e non doversi per forza spartire i pochi metri quadrati con gli altri componenti della famiglia (chi ha condiviso con il proprio fratello o sorella la cameretta pensarà a questa ipotesi come il paese dei balocchi) a lungo andare dà origine a una separazione tra gli inquilini della casa, non solo fisica.

4- Se si comincia  a vivere separati sotto lo stesso tetto, la confidenza viene a mancare. Ci si vede meno e ci si parla meno e quando c’è un problema o un disagio, l’abitudine porta a restare soli piuttosto che confrontarsi con gli altri e chiedere aiuto.

5- Quando si perde la confidenza, una distanza sempre maggiore – messa a dura prova dagli anni dell’adolescenza –  gela il legame tra i famigliari che non riesce a sopravvivere al silenzio del distacco. Quando i figli vanno al college, l’unica cosa che cambia sono le miglia di separazione.

6- Se gli anni in cui si viveva tutti sotto lo stesso tetto, non hanno creato quel collante che permette a una relazione di resistere alle intermperie della vita, diventare una famiglia disfunzionale non è che l’ultimo gradino di una naturale logica degli eventi.

In Italia sono in pochi quelli che non hanno mai dovuto dividere la propria stanza con un fratello o una sorella che a un certo punto detestavano con tutte le proprie forze. 

Con mia sorella, di sette anni più giovane, eravamo arrivate al punto di separare in due, con del nastro adesivo, la nostra cameretta. La metà che apparteneva all’altra era limite invalicabile, pena la morte.

Per non parlare dell’uso di un solo bagno da contendersi in quattro o il dominio di una sola televisione,o un solo divano per la pennica di tre, dei movimenti intestinali sentiti da tutta la famiglia o dell’intimità dei nostri genitori udita a nostro malgrado.

Una famiglia di quattro persone che vive in ottanta metri quadri nell’arco di un ventennio, arriva a un certo punto alla saturazione (il momento in cui questo accade è tuttavia di difficile determinazione, visto che ci sono persone che a quarant’anni vivono ancora coi genitori)  ma di certo non rischia di perdere il contatto con l’altro. 

L’impossibilità di evitare il confronto poichè tutti si divide tutto, forza i famigliari ad essere maggiormente aperti e risolvere i conflitti con più onestà, fosse solo perché la convivenza diventerebbe altrimenti insopportabile.

I nostri figli non hanno bisogno di dimore sconfinate dove crescere da soli guardando cartoni, giocando a video games ed emarginandosi dal mondo.

Quello che gli serve è il calore della propria famiglia ad insegnargli che non saranno mai soli.

Fare i turni per il bagno o rinunciare a un pezzo della propria intimità non sarà la fine del mondo.

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2 pensieri su “La solitudine dell’uomo americano

  1. Tra le esperienze conviviali dell’infanzia aggiungerei le uscite in camerata e le settimane in otto in una tenda. E’ scomodo, ma effettivamente ha il suo valore; sarebbe sbagliato privarsene.

    • ah … beh poi il capitolo vacanza meriterebbe un altro post!
      Pensa che poi io dormivo in sala nel divano letto, adesso invece se il neonato non ha già la cameretta arredata di tutto punto non è nessuno!

      Ciao Fausto
      e.

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