Paura dell’acqua

Se vivi da vicino un’alluvione, succede che al primo accenno di pioggia intensa, cominci a sentirti come gli animali qualche ora prima di un terremoto.

Cominci a guardare le previsioni del tempo e soprattutto i bollettini Arpal, cerchi di capire dove tira il vento, controlli tutti i canali di scolo intorno a casa.

Cerchi di scongiurare le condizioni che rievocano quell’episodio incollato alla tua mente.

Ieri mattina sono partita per Genova intorno alle otto, e mentre sorseggiavo un tè bollente prima di salutare la family, mio marito mi informava sull’allerta meteo 1 in tutta la Liguria.

Pur non essendo ligure, ci è voluto poco per capire che ci sono alcune zone dove non vuoi trovarti, nel momento in cui le autorità preallertano la popolazione.

Genova, fosse solo per le sue passate e recentissime alluvioni, è una di queste.

Aveva appena cominciato a piovere a Levanto, quando sono salita sull’IC che in un’ora mi avrebbe portato nel capoluogo ligure; le carrozze erano strapiene e le persone che ogni giorno si incontrano sulla stessa tratta, bisbigliavano in piedi nei corridoi.

All’arrivo a Chiavari la pioggia sferzava obliqua i finestrini del treno e le pendolari sedute di fronte a me, sono partite con una serie di mhmm, buttando lo sguardo fuori; erano tutte visibilmente irrequiete dalle condizioni del tempo.

Mi sembrava tuttavia che ci si stesse preoccupando per nulla.

A Genova cadeva, a tratti, una pioggerellina fina, oserei dire innocua.

Sola coi miei pensieri rimugino sull’allarmismo eccessivo  da parte di alcune istituzioni, è palese che a un anno di distanza dall’alluvione nello Spezzino e a Genova, c’è chi non vuole rifare gli stessi errori per i quali qualcun altro, in quell’occasione, ha perso la testa. Anche se solo politicamente.

Sul treno locale di ritorno da Genova, penso solamente a come farmi passare i cento minuti e quasi altrettante fermate che mi separano da casa, dedicandomi alla lettura, nonostante venga interrotta – come di consueto su questo treno –  da mendicanti che mi chiedono categorici “due euro”. E’ evidente che anche da loro  è arrivata la crisi.

Passate quella ventina di stazioni dopo Brignole, da Quinto a Quarto, terzo e secondo, la pioggia si fa più intensa e dopo Lavagna, il treno sballonzolante – in quei rari momenti di velocità – fila via in mezzo a un vero nubifragio.

Nella ripartenza da Riva Trigoso, da assorta nella lettura passo in una frazione di secondo all’allerta più vigile. Con la coda dell’occhio, a qualche decina di metri dall’inizio di una galleria, vedo di fianco ai binari un fiume d’acqua marrone che sborda da un muretto, e forma gonfie cascate . Più in là, un canale già pieno, scorre a qualche metro dalla linea ferroviaria.

Il cervello, riconosciuti i segnali di pericolo già immagazzinati negli anfratti nascosti, causa al cuore un’accelerazione inspiegabile e pulsante.

E’ solo un istante perché già entro in galleria, a domandarmi se l’acqua che ho visto un attimo prima, è potuta in qualche modo arrivare anche lì dentro .

Se c’è in corso un’esondazione, i tunnel e le gallerie sono i posti dove non vuoi essere.

Il buio oltre il finestrino dura un’eternità.

Un paio di minuti dopo, la luce riappare anche nello scompartimento vuoto. Dall’altra parte del monte, non piove neppure.

E così a Levanto.

Torno a casa e mi collego al sito del Secolo XIX dove, in prima pagina, campeggia la scritta: “Isolata Riva Trigoso”.

Sospiro. Anche questa volta è andata bene, e il mio angelo custode, benché in perenne depressione per la mia mancanza di fede, continua a proteggermi.

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