Sopravvissuti all’inferno: arrivo in USA

Essere in viaggio per trentasei ore vuol dire essere intrappolati in un mondo di tenebra, dove il tempo non segue il ritmo consueto e le ore e i minuti diventano uno spazio vuoto da riempire.

Esistiamo, perché fisicamente ci siamo, ma mentalmente il cervello è disconnesso.

Ci sono diversi momenti – nelle trentasei ore della speranza – dove una domanda ricorre  più spesso delle altre: “chi ca**o me l’ha fatto fare?”.

La prima occasione è stata quando dopo quasi quattro ore di viaggio a bordo del secondo volo, quello da Parigi a Detroit, ho chiesto a Douglas quante ore mancassero all’atterraggio, convinta – mediante un meccanismo di autopreservazione fallimentare – che la risposta sarebbe stata: tre.

“Poco più di cinque”.

Ahia. Gran brutto colpo, piazzato proprio in pieno stomaco. Come quando a scuola eri sicuro di aver fatto benissimo il compito in classe – ti eri pure preparato a casa – e invece ti beccavi sei meno meno.

Dopo diciassette ore di viaggio, la mente comincia ad abbandonarti per cercare ristoro in un posto sicuro, al calduccio, il più lontano possibile dai -2° del Car rentals piovviginoso dell’aereoporto. Succede che non sai nemmeno più se il metallaro che si aggira in canotta e pelo sulle spalle, all’ingresso del Metropolitan Airpot  sia vero oppure un brutto tiro della tua mente jetllagata.

Un altro momento impietoso è stato quando alle tre del mattino, la prima gallina nel pollaio ha cominciato a cantare dentro la stanza d’albergo e nemmeno i grattini sono serviti a farle cambiare idea. Non so se sia stato per via di quelle patatine fritte inzuppate nel ketchup o le quesadilla sbranate sul letto qualche prima. Alle cinque – con il terrorismo psicologico messo in atto da mio suocero sulla pericolosità dei cervi e del gelo – siamo partiti in una notte più nera dell’inferno.

La buona notizia per chi vuole intraprendere un qualsiasi viaggio della speranza con figli è che prima o poi finisce!

Non importa se viaggi nel Northern Michigan il dieci di dicembre in mezzo ai lastroni di ghiaccio e alla neve sui pini o se devi contravvenire a tutti i codici deontologici del bravo genitore facendo guardare quindici ore di cartoni alle tue figlie, e nemmeno se rischi l’assideramento in un inspiegabile impulso di passeggiare il cane di tua suocera in riva al lago…tutto passa.

Passa anche la seconda notte, quando alle due ore locali, ti svegli per via di un certo orologio a cucù – che ti entra nel cervello più che il don-don delle campane di una chiesa – e senti con orrore che qualcuno dall’altra parte del corridoio sta piagnucolando in cerca di un fottutissimo pupazzo dalla forma di Pooh, che probabilmente risale al dopo-guerra. Passa anche la colazione delle quattro del mattino, in una casa deserta quano ti ritrovi di fianco ad un albero pieno di luci che non sai nemmeno come accendere, a dare Cheerios alle tue figlie e a leggergli la storia di Petunia, una papera che salva un’anatra il giorno di Natale.

E sebbene la mattina del terzo giorno, guardandoti allo specchio ti ritrovi più vecchia di un paio d’anni, con quello sguardo acquoso e l’occhio leggermente lacrimoso, sai che la vetta è stata raggiunta.

Ed ora, si tratta solamente di scendere.

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