Bianco Natale

bianco natale

La figurazione di un bianco Natale è nell’immaginario di molte persone cresciute a panettone e canti natalizi americani.

Mio padre ancora ricorda l’inverno del ’83 (o giù di lì) quando nevicò tutta la notte della vigilia e a Natale la città si svegliò ricoperta di neve.

Troppo piccola per ricordare quell’annata, Natale dopo Natale, sono cresciuta agognando la famosa vigilia dall’atmosfera ovattata, il silenzio del quartiere, il gnicgnac degli scarponi sulla via e il bianco accecante del riverbero.

Il Natale made in Usa delle slitte sulla neve, con le note di Frank Sinatra e Bing Crosby, ha creato – nei paesi che ne hanno importato l’iconografia – quel senso di struggente poesia e l’infantile ricerca di quel perfetto scenario.

Non importa che per gli ultimi venticinque anni, nella città del nord Italia dove sono cresciuta, gli alberi rimanessero di un marrone sporco, i giardini fangosi, le canzoni di Natale tradotte e interpretate in italiano, e soprattutto  che il clima non abbia voluto collaborare a ricreare un bianco, miracoloso Natale. Nei cuori dei bambini e nelle speranze dei genitori, Babbo Natale arrivava sempre in una slitta sulle case imbiancate.

Quest’anno, per la prima volta da che ho memoria, sono dentro al quadro del bianco Natale, e poco importa se per vederlo ho dovuto volare dall’altra parte del mondo.

Mentre scrivo queste righe, guardo fuori dalla finestra e il bianco abbagliante della neve e delle cime degli alberi piegati dal vento ghiacciato, circondano la stanza.

I pini, dalla perfetta forma conica, portano il peso di mucchietti di neve, le casette piene di cibo per uccellini e scoiattoli dondolano dai rami e Dean Martin canta in sottofondo White Christmas.

Ma se tutti i pezzi del Natale perfetto sono al loro posto, perché non sento ancora la magia del Natale discendere in me?

Se la storia degli ultimi secoli avesse preso un altro corso e l’America non fosse…beh, semplicemente l’America, e diciamo avesse il potere di influenzare la cultura popolare mondiale pari a quello che ha ora la Nigeria o l’Ungheria, forse anche la nostra idea del Natale sarebbe diversa.

Se il centro del mondo non fosse più la società a stelle e strisce ma che ne so, l’Australia (o qualsiasi altro paese sotto l’equatore) forse in Italia si canterebbero i classici natalizi di una Kylie Minogue dell’ottocento, magari con i testi che parlano di un caldo natale, tra le onde del Pacifico. O potremmo addirittura pranzare al ritmo delle percussioni di Youssou N’dour.

Non è colpa mia se mi ci sono voluti trentasei anni per capire che il mio habitat natalizio si colloca sulla spiaggia di Bondi beach o che preferirei mangiare banana fritta al sole del Camerun.

A tutti gli altri, un felice, bianco Natale.

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