Quello che non ci hanno detto sul primo figlio

bambino-piange

Ottobre è  stato il mese delle nascite tra i miei amici e parenti. Una sfilza di neonati ha fatto l’ingresso nel nuovo mondo e per una volta ho vestito i graditi panni di attrice non protagonsita.

Tenevo il conto delle settimane, amniocentesi, ecografie specifiche, disturbi del primo, secondo e terzo trimestre. Ho cercato di essere presente – senza essere invadente – in un momento che alcuni chiamano ‘magico’ ma che io preferisco definire ‘logorante”.

Per una volta non ero io quella coi vestiti informi, il collo pieno delle ultime settimane, la faccia rotonda, le mani gonfie senza anelli e l’occhietto lucido da sonnolenza.

Tutte le donne alla prima gravidanza sanno che il primo e unico pensiero –  al di là di arredare la cameretta, farsi regalare il trio, preparare la valigia per l’ospedale – è (e qui è d’obbligo l’inflessione alla Fantozzi): il parto.

Il parto è una preoccupazione fissa, il traguardo agognato ma spesso temuto, al termine di nove lunghi mesi.

Ma al di là di come poi vada di per sé il parto, manca un anello nella catena delle informazioni in possesso delle neo mamme, eppure fondamentale quando si inizia la vita a tre: il parto non è niente in confronto al rientro a casa!

Quel che ho visto negli sguardi persi delle mie amiche, durante le visite dei primi giorni a casa per conoscere il piccolo, non era nulla di diverso da quello che vedevo in me stessa. Stesso smarrimento, stessa incertezza.

Più significativo però è che quando torni a trovarle un paio di mesi dopo la nascita, vedi che piano piano cominciano a realizzare che c’è ben oltre al cambiamento fisico, ai chili in eccesso, alle ragadi e ai punti del parto.

E’ il primo presagio che nulla sarà più come prima!

Il giorno in cui ci si sveglia con questa consapevolezza – per molti tanto brutale quanto una doccia fredda – l’ago della bilancia lo fanno le attitudini personali alla vita. La personale propensione cioè a vedere, nella definitiva svolta della propria esistenza, il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

Molte amiche mi dicono: “Non ho più tempo di fare nulla!”

Ed anziché ribadire con arguta saccenza:  “Carina, quando tu facevi ancora la bella vita, io sbroccavo in casa con le poppanti”, sorrido comprensiva e le rassicuro che è normale.

Perchè è altrettanto risaputo che dopo un po’ di tempo, la vita non completamente baby-oriented riprende il suo corso, sebbene da un punto diverso da dove la si era lasciata.

Avere figli dopo i trenta, dopo che si hanno gustato privilegi e libertà, può essere vissuto (ho sentito diverse mamme parlarne in questi termini) come una prigionia, dove la boccata d’aria quotidiana non è sufficiente a ristabilire il proprio equilibrio psico-fisico.

Anziché scambiarsi informazioni sugli ultimi modelli di passeggino o descrivendo storie a sfondo terroristico su parti di tre giorni, forse le neomamme dovrebbero aiutarsi nel prepararsi l’un l’altra su quello che succederà una volta tornate a casa, confortandosi nell’accettare il ridimensionamento dei propri spazi e desideri.

E una volta tanto, darsi una pacca sulla spalle e dirsi: “Coraggio, ce la farai anche tu!”.

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