Vergognarsi dei propri genitori

vergogna

Per qualcuno che stava aspettando il treno, lui sembrava il solito uomo di mezza età che ‘si sente’ un ragazzino: orecchino al lobo destro, jeans strappati e T-shirt con scritto I love N.Y. Era in piedi in compagnia di una ragazza di vent’anni, sua figlia.

Una volta arrivato il treno, aiuta la figlia a caricare le valigie e invece di salutarla dal piazzale mentre gli fa ciao-ciao dal finestrino, sale anche lui per un ultimo, prolungato saluto, mentre noi viaggiatori cerchiamo di scavalcare l’insolito quadretto famigliare.

“Dai papà, adesso devo andare”.

“Tieni questi” e allunga un paio di banconote, ultimo dono tenuto in serbo per il gran finale.

Finiti gli ultimi imbarazzati saluti, il padre riluttante scende dal treno e la ragazza si avvia, con visibile sollievo, verso il suo scompartimento.

La voce, la postura, le dinamiche non verbali, tutto portava all’unica possibile conclusione. La ragazza si stava vergognando del padre che, in qualche modo, senza saperlo, la stava imbarazzando.

La vergogna non è un sentimento plateale. A volte cova dentro un senso di disagio. Altre si maschera dietro un doloroso senso di colpa. Spesso va a braccetto col disonore e chi dovrebbe essere avvolto dalle sue spire, non sempre cede al suo potere.

Tutti prima o poi ci siamo vergnognati dei propri genitori. Forse anche per un momento fugace, un periodo della vita poi rinnegato o volutamente dimenticato.

Quando avevo quindici anni, i miei – per la prima e ultima volta – mi iscrissero ad un campo estivo organizzato sul nostro Appennino. Molti miei compagni di classe lo frequentavano da anni, si soggiornava una settimana in una struttura immersa nel verde all’interno della quale venivano organizzati tornei di ogni sport immaginabile: tiro con l’arco, palla a mano, volley, corsa agli ostacoli, salto in lungo, corsa campestre, etc.

Io ero molto felice di parteciparvi ma un po’ intimidita, la vacanza costava parecchio, ben di più che altre colonie nelle vicinanze. Verso la fine della settimana, i genitori potevano venire a trovare i propri figli per la durata di un pomeriggio e presenziare al saggio organizzato dai ragazzi.

Non appena saputo che i miei sarebbero venuti a trovarmi comincia a immaginare che vestiti avrebbero indossato quel giorno.

Mio padre, avrebbe messo quelle camicie pacchiane che insossava di solito in estate? Si sarebbe presentato con le ciabatte di gomma? E mia madre, avrebbe messo qualcosa di sconveniente?

Il possibile confronto con altri genitori mi stava stritolando ed alla fine optai per dare ai miei indicazioni precise circa il dress-code più appropriato. Alla fine della conversazione mi sentii un verme e ancora adesso – a distanza di vent’anni – posso riprovare quelle stesse sensazioni di colpa.

Quanti milioni di ragazzi si facevano lasciare cento metri prima dell’ingresso della discoteca per non farsi vedere coi propri genitori?

In realtà – almeno per la maggior parte dei casi, ed il mio senz’altro – la spiegazione a questa accozzaglia di emozioni contrastanti è semplice.

C’è una fase importante della vita in cui un giovane comincia a definire la propria personalità, in cui scopre le proprie inclinazioni, il senso dell’estetica, del giusto e dello sbagliato, e queste nuove consapevolezze cozzano con i parametri dei propri genitori.

E in quanto adolescenti egocentrici, crediamo che la sola e unica visione possibile del mondo, sia la nostra, disprezzando tutto il resto.

Non è poi così lontano ora, il giorno in cui sarò io quella messa al patibolo.

Forse le mie unghie nere di cui in questi giorni vado tanto fiera saranno oggetto di scherno da parte delle mie figlie. O magari verrò redarguita dall’indossare i miei stupendi stivali borchiati.

Meglio dunque partire per questo viaggio dovutamente preparati, mettere da parte l’orgoglio e pensare che in fondo avevano sempre ragioni i nostri precursori e cioé che il mondo è una ruota che gira.

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2 pensieri su “Vergognarsi dei propri genitori

  1. Già, il mondo è una ruota che gira. Tu sarai messa alla gogna fra qualche anno, io, con un figlio di vent’anni, qualche volta ci sono già stata. La consolazione è proprio che un giorno toccherà anche a loro.
    p.s. Non ti credevo un tipo da unghie nere e stivali borchiati, ti immaginavo più…stile provenzale, con larghe gonne a piccoli fiori, lucidalabbra rosato e ballerine ai piedi! 🙂

    • ah ah ah! Che carina la descrizione…
      Beh in effetti alla benemerita età di 36 anni mi sono colorata le unghie di nero per la prima volta!(IDEM per gli stivali!) non sono un tipo goth, boh in realtà non sono un tipo con stile preciso…..cmq le ballerine e le gonne lunghe in effetti le porto! (i tacchi mi fanno sembrare una cavallona!!!)
      un abbraccio

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