Due punti e via…pomeriggio al pronto soccorso

pronto soccorso

Era una di quelle giornate assolate di inizio primavera, dove anche i tuoi nemici sembrano buoni e il mondo è un posto migliore.

Il pomeriggio trascorso a fare giardinaggio aveva sciolto le tensioni accumulate nelle settimane precedenti e la frustrazione dovuta alla pioggia prolungata.

Finito di trapiantare l’ultima pianta nel terreno, decido di andare in casa, cazzeggiare qualche minuto al computer prima di tornare a più impellenti incarichi come preparare la cena ai primi ospiti in arrivo nella casa nuova.

Le bambine sono fuori che si dedicano a uno di quei giochi spericolati che se fosse per me abolirei il primo momento che le intercetto, ma per non passare per la solita killjoy, quella pesa e antica, taccio.

Il gioco in questione è farsi spingere a tutta birra dalla piccola discesa davanti a casa a bordo di un triciclo Hello Kitty, per poi frenare coi piedi all’ultimo secondo.

Alla faccia delle figlie femmine che dovrebbero giocare con le Winx o disegnare per ore…

Tutto fila liscio se non che – mentre sto cazzeggiando al computer da circa un minuto e mezzo chiusa nell’idilliaco silenzio della casa – giunge al mio orecchio la nota più alta della scala, proveniente dal cortile, in un coro a due voci.

“Uhm. Sono cadute. Beh, ci andrà mio marito che è ancora fuori in giardino”.

Il suono si avvicina alla porta. E’ altissimo.

Si attiva un campanello d’allarme e mi alzo di scatto.

Quando esco di casa la scena è un po’ alla Michel Moore in Bowling for Colombine con un tocco di Tarantino.

Entrambe piangono con sguardo nel vuoto, e la grande è sporca di sangue.

La fronte è insanguinata e c’è un buco.

Sì, un buco.

Che è una di quelle cose che mentre stai leggendo le fregnacce su Fb non ti aspetti di vedere, certo non sulla faccia di tua figlia.

Lo confesso, i primi dieci secondo rimango intontita.

Poi vengo investita dall’effetto Bruce Willis.

E’ lui, l’uomo risoluto, l’americano tutto d’un pezzo, l’eroe dell’alluvione e dell’incendio che con voce perentoria, troppo perentoria, mi incita: “Dobbiamo andare all’ospedale. Now!”.

E’ sempre quel fottutissimo now a darmi i brividi e che comincia a darmi anche un po’ noia.

E siccome io non sono la versione italiana di Lara Croft, ci vuole più di un attimo perchè il mio istinto di sopravvivenza alle catastrofi si attivi.

In un soffio – bisogna saper riconoscere i lati positivi del piccolo paese – siamo nella sala, vuota, del pronto soccorso.

In cinque minuti io e Julia entriamo.

Ci vuole un punto. Forse due.

Il dottore è forse il più abbronzato che possiate vedere alla fine dell’inverno, anche più di un certo bagnino che miete ancora vittime tra le villeggianti, ma è bravissimo con Julia che, sdraiata sul lettino, assomiglia a quei cappelletti il giorno di Natale pieni di brodo, pronti a scoppiare.

Vestono mia figlia con il camice verde e tirano fuori la siringa per l’anestesia.

“Sta bene?”

“Sì certo.”

“Non è che ci sviene qui?!”

“Si figuri, non sono mai svenuta in vita mia”.

Gli volevo raccontare le prodezze durante i parti ma li risparmio, non vorrei distrarli e causare un danno permanente al viso di mia figlia.

“Dicono tutti così”.

Tempo trenta secondi, tra l’anestesia e la cucitura a modi pollo arrosto della fronte di mia figlia in HD nella luce della lampada da sala operatoria, e comincio a sudare.

La testa mi sembra leggerissima.

Lo stomaco si stringe e sento voglia di vomitare.

“Non mollare. Non mollare. Se ti accasci qui farai la figura dell’emiliana molla”.

Mi tolgo con nonchalance il cappotto e cammino verso l’appendiabiti.

Sei occhi mi osservano senza perdermi di vista.

“Non mi avrete. Io non cedo”.

Mi appoggio al lettino e parlo a mia figlia, che urla di dolore nonostante l’anestesia.

La procedura dura venti minuti e poi tutto finisce.

A parte i doverosi strilli, mia figlia è stata una roccia.

Come la sua mamma, che grazie ad un training autogeno di anni d’esperienza, è riuscita a non sboccare sul pavimento pulitissimo del pronto soccorso di Levanto.

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