Mamma li suoceri!

suoceri

 

Ne avverti la presenza anche quando non li vedi perché uno di loro, dal piano di sotto, prorompe in strombazzamenti appena tocca il letto. La prima notte che hanno dormito a casa nostra, pensavo fosse la gatta che stesse male.

Al mattino ti svegliano picchiettando sui tasti del loro tablet nuovissimo per chattare con l’altro figlio dall’altra parte del mondo. Tic tacata. Tic. Tacata.

Alla sera, quando è il momento di prepararsi per la notte, mia suocera si impietosice dopo i primi due “miaooo” emessi dall’altra parte della finestra (non sa che Baghera ha più trucchi David Copperfield quando si tratta di ottenere ciò che vuole) e lascia entrare la bestia che immancabilmente, verso le cinque del mattino, sveglia tutta la casa con l’affinata tecnica di farsi le unghie sulla poltrona bianca. Dirle che sono allergica alla forfora di gatto e che sarebbe meglio “per la mia salute” che se ne restasse fuori di notte, non sortisce l’effetto che avevo desiderato…

Durante il giorno si sentono i sospiri di mio suocero che guarda fuori dalle finestre appannate, avvilito per il quinto giorno consecutivo di pioggia. “Comè’ fuori?” Chiedono nella speranza che nei dieci minuti in cui sono uscita possa essere avvenuto il miracolo atmosferico.

Ma quando poi arriva finalmente il sole, si mettono all’ombra perché i raggi sono troppo forti.

Il Tagesmutter fa un baffo a mia suocera che parte a spron battuto ancor prima del caffè mattutino: didò, libri, canzoni, fiabe, disegni, scrittura creativa, vocine a tema per un pubblico che insieme non arriva a otto anni e che estasiato pende dalle sue labbra.

“Mamma, ma tu sei morta?”

Tiè!

“N0, veramente sto dormendo” e intanto mi tocco propiziatoriamente, meditando se non voglia sostituirmi con Mrs. Doubtfire del Michigan.

Se avvertono il minimo segnale di incertezza su come montare qualcosa o affrontare una qualsiasi sfida quotidiana, fioccano i consigli, strategie, teorie, quasi sempre non richieste, da cui scaturiscono disegni in scala e ricerche sul territorio per trovare il pezzo mancante o affinare il risultato finale.

Quando decidono di voler aiutare non c’è nulla che li possa fermare; mia suocera ha attaccato un terrazzamente invaso dai rovi, usato negli ultimi cinquant’anni come discarica e ora lo sta ripulendo a suon di cesoie. Mio suocero dipinge al freddo con il berretto dei White Sox la porta d’ingresso di un brillante verde ligure in pendant con un lilla niente male.

Se ti afferrano nelle loro spire nel racconto di una storia passata, ti infarciscono di particolari come un tacchino ripieno, distruggendoti con l’ultimo, particolareggiato, dettaglio finale: il colore della maglia del cameriere che nel 1986 li ha serviti in un viaggio a CapeCod.

E quando la notte torna a bussare alla porta, ognuno nel suo piano prende respiro dall’altro.

In attesa delle prime avvisaglie di una russata imminente.

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