Amore, vieni qui che ti lusso un braccio

prono supinazione

 

Martedì sera, ore 20.30

Dopo aver letto l’interminabile e truculento Pollicino alle mie figlie, sento il bisogno di una strafugnata alla mia figlia più grande e la tiro a me per abbracciarla. A posteriori non riesco ancora a capire come possa essere avvenuto il movimento, uno di quei gesti spontanei quando si ha sottomano dei bambini che si vuole ricoprire di baci e coccole. Fatto sta che un momento dopo averla afferrata per il braccio, la bambina scoppia in un pianto acuto, di quelli dove le labbra diventano quasi violacee.

Il pianto va avanti per un bel po’, tanto che scatta la solita pantomina famigliare dove noi facciamo ‘i cattivi’ dicendole che se continua così (lei è la regina per eccellenza delle drama queens) si va subito al pronto soccorso. Capisce che la faccenda è grave e si calma. Ma il braccio continua a non muoverlo. Vanno in scena un altro paio di siparietti con la stessa sceneggiatura ma la situazione non cambia di una virgola. 

Si decide di andare al pronto soccorso.

Dicono che non sembra nulla e che se continua a farle male, dobbiamo tornare la mattina seguente, anche perché di notte il personale in servizio è ridotto allo stretto necessario.

Notte tra martedì e mercoledì.

Dopo una serie di lamenti durati una mezz’ora, optiamo per farla dormire nel lettone mentre il papà va nel suo.

E’ una lunga notte…

Mercoledì mattina.

La notte non ha portato consiglio e il braccio è nella stessa situazione, il che vuol dire un altro giro di giostra al pronto soccorso. Dai raggi non emerge nulla di rotto.

E’ il nostro giorno fortunato! L’ortopedico visita all’ospedale solo il mercoledì e abbiamo la possibilità di vederlo. Dopo una coda tra gente inferocita per il ritardo nelle visita, entriamo. L’ortopedico non ha dubbi. E’ la classica prono supinazione dolorosa, ecco perché dicono di non tirare i bambini per le braccia. Le afferra il polso e le fa la manovra (parola che sentiremo svariate volte nel corso della giornata); il male sembra lancinante, la piccola sbraita colta di sorpresa.

La manovra per riportare l’ossicino al suo posto viene ripetuta nel giro di mezz’ora visto che il dolore non si attutisce. Dicono che aver tenuto fermo il braccio tutta la notte non ha aiutato.

Verso mezzogiorno la vedo tornare a casa.

Ha la faccia pesta e sembra imbalsamata alla Tutankamon. Il braccio sarà anche andato a posto ma si comporta come se ne avesse solo uno. 

“L’ortopedico dice che dovrebbe essere a posto ma che al limite si può fare un giro a L.”

Vi pare che una madre si tenga il dubbio di non averle provate tutte?

Appunto.

Perciò tutti in macchina verso L.

Mercoledì pomeriggio.

Quarantacinque minuti dopo, siamo nell’astanteria pediatrica dell’ospedale. Una prima dottoressa le muove il braccio, fa la manovra e dice “Non sento lo scatto. Aspettiamo un’oretta a vedere come va”.

Così lei finisce il turno e se ne va a casa e noi rimaniamo con La Pimpa e L’Armando alla televisione.

Arriva dal corridoio un uomo pesante, vecchio, vagamente claudicante, con barba lunga e riporto ingellato. Non porta il camicie e mi rilasso pensando ad un inserviente para-ospedaliero. Ma purtroppo lo sento pronunciare “Dov’è la bambina del braccio?”

La piccola, che ha già mangiato la foglia, non si muove, anzi si fa ancora più piccola, quasi invisibile si nasconde dietro di me.

Dopo vari tentativi di convincimento entriamo nella stanza.

Con metodi bruschi, quasi scocciati, le dà qualche comando per vedere la funzionalità del braccio. Non ci siamo. E via un’altra manovrina.

“Strano, non sento lo scatto”.

Aridaje con sto scatto.

“Sarebbe la prima prono supinazione dolorosa di tutta la mia carriera che non metto a posto”.

Partonon poi una serie di conversazioni smozzicate con l’infermiera che cerco di captare senza successo. Tutto quello che mi dicono è che qualcuno ci verrà a prendere per portare tutta la nostra allegra famigliola alla ‘sala gessi’.

La signora vestita in catarifrangenti, ci porta attraverso una serie di reparti di degenza con vecchi stesi su lettini, pazienti in mutande (ci sono circa trenta gradi dentro l’ospedale) e noi quattro, più i due pupazzi, seguiamo incerti.

Entrati nella stanza, arriva l’infermiere. Sembra uno spezzone di Scrubs,  la serie tv americana su improbabili dottori e infermieri di un’ospedale americano.

Peccato che qui sia tutto vero.

“Siete turisti, EH?”

“No.”

“Ah-EH.”

Tra un imprecazione al telefono (in cinque minuti riceve due telefonate), un belin ben scandito e una serie di EH-MHM-AH-EH ci spiega a fatica – ormai potremmo tenere noi una piccola conferenza colta sulla prono supinazione dolorosa – cosa sia accaduta alla bimba.

“Ah parla inglese la bambina? EH-EH. Certo. EH. Anch’io ho un’amica. Russa. EH-EH”.

Senza tanti complimenti, afferra il braccio della piccola e trac, altra manovrina. “EH-EH, non bisognerebbe far andare via la gente senza essere sicuri che stiano bene. EH-EH”.  E intanto si tocca la coda brizzolata che tiene di lato.

“Tornate dopo, ma senza pianti (e mima le lacrime), andate a prendervi da mangiare qui in reparto, c’è un bar. EH-EH”

Mia figlia è in stato di shock. Continua a urlare che vuole andare a casa.

“A dopo EH bionda. Ciaociaociaciaciaciaciao

Mio marito è perentorio.

“Usciamo di qui”.

Mercoledì, tardo pomeriggio.

Torniamo a casa con la sensazione di aver perso un sacco di tempo, a contatto con la gente sbagliata, e non aver risolta una benemerita cippa. Mia figlia continua a sentir male.

Possibile che nessuno dei dottori sia stato in grado di capirci niente?

Chiamo la pediatra che mi dice di portarla dall’ortopedico privato della città, che lavora anche al Gaslini di Genova.

Mi rinfilo la borsa e pedaliamo in bici.

Saranno i pesci nella vasca dello studio, l’approccio di chi è abituato a trattare coi bambini, usciamo dall’ambulatorio con la stessa diagnosi ma molto più rasserenati. Questione di qualche giorno, e anche il dolore dovrebbe placarsi.

Vivere in una piccola città è splendido. Niente semafori, aria pulita, vita sana.

Ma bisogna pregare di star sempre bene, perché se così non è, ci si ritrova in macchina a guidare verso un’incerta destinazione.

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