L’Italia del riuso: Liguria rurale

dry stone wall cinque terre national park

Vivere in Liguria mi ha scaraventato in un colpo in un mondo campestre, dal sapore antico, in una realtà fatta di lavoro manuale, orti, ulivi e vigne da coltivare e campi impossibili da scalare.

La Liguria, coi suoi monti a ridosso sul mare, ed una conformazione che solo qualche decennio fa, non permetteva l’accesso ai suoi villaggi se non dal mare o in groppa ad un mulo, è rimasta una regione dalla forte impronta rurale.

Per i vecchi contadini, che difficilmente verranno sostituiti dalla generazione successiva – più interessata a trasferirsi nelle grandi città vicine –  il riuso non è il termine coniato da qualche gruppo ambientalista, ma una filosofia di vita imparata da quelli venuti prima.

I liguri (ed i genovesi nella cultura popolare) hanno nomea di essere “taccagni” o piuttosto (come amano definirsi loro) “parsimoniosi” – e in una logica del risparmio, nulla va buttato.

I contadini, abituati a lavorare queste terre di fatica su pendenze che difficilmente permettono l’utilizzo di macchinari agricoli, dopo aver cambiato il bagno di casa, ne conservano la vasca per porla nei loro terreni come raccolta acque piovane.

Le vecchie reti a molla finiscono per essere utilizzate come cancellate nei campi sotto casa per tenere lontano i cinghiali, pericolo reale per la vendemmia o il raccolto.

Le vecchie reti a doghe invece, si vedono come recinti di un orto o un giardino.

Le canne, tagliate sugli argini dei fiumi, vengono poi trasformate come tutori per pomodori e fagiolini o altri ortaggi rampicanti.

Le vecchie travi della ferrovia, segate, diventano gradini nei giardini, i pali in cemento – scarti dell’edilizia – sostegni per la vite, le vecchie persiane di legno, casette per gli attrezzi.

Il riuso dei vecchi contadini non è solo frutto di economia domestica, ma custodisce dentro di sé la saggezza di mantenere il ciclo originario della natura.

Gli anziani di Levanto, piccolo paese di seimila abitanti e porta d’ingresso alle Cinque Terre, dicono che quando erano bambini, i boschi erano come giardini (ci si camminava scalzi), non c’era un legnetto fuori posto (tutto si bruciava nelle stufe a legna), mentre le pigne e gli aghi di pino servivano da lettiera per le capre tenute sui campi.

Si sente spesso dire che nonostante molti contadini avessero a malapena finito le scuole elementari, possedessero tuttavia la conoscenza – che manca ai giovani istruiti di oggi – per preservare il precario equilibro tra uomo e natura, peculiarità di un territorio con il quale è difficile convivere.

Il rapido e inesorabile declino dei campi coltivati ed il conseguente abbandono (nel periodo 1900-1950 vi erano circa 1.400 ettari coltivati a vigneto contro i 100 di oggi), unito ai cambiamenti climatici che hanno causato piogge straordinarie, sono stati tra i fattori scatenanti la tremenda alluvione che ha colpito la Val di Vara e le Cinque Terre nell’ottobre del 2011.

Paesaggi di rara e drammatica bellezza, sono stati sommersi – nel giro di poche ore – da un fiume di fango che arrivava irrefrenabile dai monti sovrastanti ad una velocità di 150Km, trascinando con sè fino al mare, macchine, tronchi d’albero, barche e vite umane (13 persone persero la vita quel giorno).

Benché l’alluvione, soprattutto nelle Cinque Terre abbia attirato l’attenzione di media e opinione pubblica, una volta ritornati alla ‘normalità’ il sentore che le cose non cambieranno, è forte.

E quando l’ultimo anziano sparirà portandosi dietro l’arte e la passione del riuso, il destino della Liguria rurale sembra più che mai incerto.

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