Una gita al consolato

bandiera_americana

Il gallo questa mattina ha cantato alle sei.

In ritardo di quindici minuti sulla strettissima tabella di marcia, siamo montati in macchina già fradici.

La A12, il tratto autostradale più infame e spaventoso d’Italia, offriva un mix di tir e furgoni che sfrecciavano sull’asfalto pseudo drenante, in mezzo a un nubifragio ligurian style.

Dietro, rumori di mascelle e cronch – cronch di Pan di Stelle, fendevano l’aria tra un “siamo arrivati?” e un “No! dormite da brave”.

A venti minuti dall’entrata di Milano, il cartello che non vuoi vedere quando hai i minuti contati per arrivare in tempo al temutissimo Consolato generale degli Stati Uniti D’America: Code.

Alle nove e venti usciamo dell’autostrada, l’appuntamento è per le dieci.

Arrivati in Viale Liguria, un traffico furibondo di macchine e scooter che si insultano a vicenda, ci fanno capire che non arriveremo mai in orario. 

Dai sedili posteriori, la voce di Capitan Uncino tormenta ogni fibra del mio corpo già ampiamente provata, eppure rimane l’unico modo per rabbonire le due iene che svestite e gonfie di brioche e biscotti, ora vogliono uscire.

“Siamo arrivati a Parma?”

“Noooooo” urliamo in sincro io e mio marito”

Sembriamo Fantozzi e Filini persi a Milano con macchina appannata e cartina alla mano.

In Piazza della Repubblica, succede l’impronunciabile: sbagliamo strada.

Siccome non dovremmo essere lontani decidiamo di parcheggiare, al massimo ci daranno lo terza multa consecutiva e il premio fedeltà della municipale di Milano.

Piove a dirotto, esco per chiedere dove si trovi Via Turati; non si trova un milanese neanche a pagarlo.

Cominciamo a correre in versione asini da soma con le bimbe in groppa, il Consolato sembra un miraggio onirico.

Siamo venti minuti in ritardo e temiamo il trattamento americano del tipo, NEXT”.

Bisogna capire se prevarrà la politica italiana o a stelle e strisce.

All’ingresso, l’agente della sicurezza è italiano, no problem. Forse perché siamo trafelati e le bimbe gocciolanti.

La novità di questo giro è che non si può entrare con la borsa, bisogna depositarla o in una cassetta di sicurezza vicino o al bar di fianco.

Noi, andiamo al bar. 5 euro per il deposito, grazie.

Si ritorna in fila. Un’americana sui quarantacinque arriva dopo di noi. Le dicono che deve lasciare la borsa al bar o in un altro posto dove vuole lei.

“Aspeta momento. Mi sta discendo che devo lasciare borsa in un bar?”

L’agente le ripete gentilmente le regole, per altro, decise dal suo governo.

“Wait a minute. Are you telling me that in order to renew my fricking passport I have to leave my purse in a random bar? In ITALY????”

E scoppia a ridere. Poi, si rivolge a noi.

“I’ve lived enough years in Italy to know not leave my purse in a bar!!

E mio marito: “e io ho vissuto abbastanza a lungo in Italia per dirti che non succederà niente alla tua borsa”.

Silenzio, l’americana incassa e gira i tacchi; noi invece veniamo fatti passare dentro.

Barack Obama, John Kerry e Joe Biden ci salutano dal muro d’ingresso.

E dopo, fila tutto liscio.

Siamo in America.

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