Piccole discriminazioni di stampo sessista

Cartello_donna_al_volante

Domenica pomeriggio, presi da quella noia che non va più via, indispettiti dal non poter andare all’Andersen Festival di Sestri Levante – causa il centoventiduesimo nubifragio della stagione – l’abbiamo buttata sul centro commerciale di Sarzana (che dio ve ne scampi!).

Prima di approcciare il brulicante Brico Casa con figlie e Labrador grigio – fu bianco – e puzzolente di frescume, abbiamo optato per un breve detour direzione distributore del metano.

Arrivata al box numero 2, faccio segno al signore in piedi che mi aspetta  se posso già fermarmi lì.

L’addetto e il suo collega mi guardano e con tanto di manina che va su e giù, fanno: “Avanti”. Avanti. Avanti. Avanti”.

Sembrava che stessero dando le istruzioni a una demente al primo giorno di guida, e non una che ha macinato chilometri in giro per il mondo, ma questo loro non lo potevano saperlo perché non appena hanno visto una “donna al volante” hanno fatto la banale associazione, con i più disparati sinonimi di ‘imbranata’.

Il che mi ha portato a rispondere da vipera alla prima frase dell’addetto dal gesticolìo facile, provocando la vergogna di mio marito, di fianco al posto di guida.

Qualsiasi donna capisce al volo quello che cova sotto queste poche righe.

Quella spiacevole sensazione di venire giudicata, sondata, vagliata – in mille sfumature diverse – solo per il fatto di essere donna!

Ma l’addetto del metano è solo il primo di una lunga lista a cui sono giunta, una volta intavolata la conservazione con mio marito, nel difendere la categoria femminile dalla prepotenza sociale degli uomini (quaranta minuti in macchina possono rivelarsi estremamente lunghi da passare).

Restando in tema “macchine”, quando il vigile municipale ti ferma e si accosta, tende sempre a parlarti come se avesse a che fare con qualcuno che ha ottenuto un privilegio senza meritarlo, per grazia ricevuta (la patente, appunto) e fate caso al modo in cui snocciola il codice della strada come se lo stesse spiegando a una bambina. Partono sempre con un: “Signora, non lo sa che….?”

Osservate una donna approcciare un parcheggio appena strettino e vedrete quanti uomini, dal nulla, saltano fuori e cominciano con i “ok, sterza a destra, così…così…adesso gira tutto a sinistra, ancora un po’. ..”

Quando venivo fuori dal mio strettissimo cancello di Parma, a bordo della Multipla, con tanto di gocciolina di sudore causa ansia da palcoscenico, i muratori che lavoravano alla casa di fianco si fermavano per osservare il mio spostamento, quasi come fossi un’aliena. Retromarcia in una manovra. Pulita. Tiè. E sgommavo via.

Per quelle cose tipicamente ad appannaggio maschile, si può fare bene quanto gli uomini ma c’è da sudarsela di più.

Mica un uomo si azzarderebbe a dare istruzioni su come parcheggiare ad un altro uomo…

Se una donna entra dal ferramenta per chiedere un pezzo di ricambio, magari mandata all’ultimo minuto dal marito che assicura “loro sanno quello che ti devono dare” potrebbe verificarsi che il venditore – uno di quei vecchi arcigni che amano bagnarsi le dita prima di dare il resto, chiaro segno di quell’amore per l’avarizia – si avvicini indifferente e ti dia il pezzo di ricambio più caro sul mercato perché tanto tu – donna ignorante in materia – non hai il diritto né ad una spiegazione o ad una scelta più variegata. 

Stesso discorso se metti piede in quei negozi di materiali edili, ti liquidano in un nano secondo dandoti la prima cosa che gli capita sotto mano per poi concentrarsi su muratori, piastrellisti o imbianchini.

E pensare che quando un uomo entra nel territorio femminile, se deve ad esempio comprare un vestito per la moglie, o una tutina per il figlio, se va dalla parrucchiera o a farsi un trattamento dall’estetista, nonostante fuori dal suo ambiente, viene coccolato da tante mamme chioccia.

Ma noi no, perché le mamme chioccia sono appunto donne.

E’ uno sguardo, un’impercettibile smorfia del volto, è un tono appena troppo affettato, un’impressione che gli altri non percepiscono ma che suona chiarissima nella nostra testa.

Sono le piccole discriminazioni quotidiane, e noi donne ci dobbiamo convivere ogni giorno.

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