Impossibilità di fare programmi

Da quando ha iniziato l’anno scolastico lo scorso settembre, mia figlia non ha mai avuto la febbre. Tanto da farci credere che la terapia intensiva di mare tutti i giorni per quattro mesi avesse fatto miracoli  durante l’inverno.

Venerdì 28 giugno era in programma lo spettacolo organizzato dalle maestre, bambini e genitori della scuola dell’infanzia, nella piazza principale del paese e l’eccitazione, anche in una non amante del palcoscenico come mia figlia, era palpabile.

La notte prima dello spettacolo – praticamente in dormiveglia da quando sono nate le mie figlie –  sento da lontano la grande che si lamenta come quando fa un brutto sogno o è agitata.

Resuscitando dalle tenebre riesco a proferire il suo nome e chiedere come sta.

Lei mugugna qualcosa e continua a piagnucolare.

Con uno sforzo sovraumano, occhio pesto e incapacitato ad aprirsi pienamente, mi faccio varco nel buio e salgo le scalette del letto a castello.

Scotta. Non è il caldo e nemmeno l’agitazione. Io non mi sbaglio mai.

La trasferisco nel lettone e provo a tenerla tranquilla ma per tutta la notte si agita e io con lei, poi alle 5.45 arriva la piccola che si infila di fianco a me e comincia la danza di ciucciamento dell’orecchia del suo pupazzo.

Non so bene cosa succeda dalle otto alle nove e mezza del mattino, ma quando scendo al primo piano trovo che anche la piccola dorme sul divano.

Sono uno straccio. Fisicamente e psicologicamente.

Otto mesi passati illesi e il giorno dello spettacolo…febbre. Non ci sto!

Al mattino la febbre è alta e lei è piuttosto pesta, ma continua a chiedermi: “Ci andiamo allo spettacolo, vero? E in pizzeria con i miei amici?”

Mi aggiro per casa come Kathy Bathes in “Misery non deve morire”, non le stacco lo sguardo di dosso, mi prendo cura di lei con uno sguardo fobico e alterato, sperando in qualche miracolo dell’ultima ora. Forse era una febbriciattola passeggera, mi dico scuotendo la testa.

Alle tre ci presentiamo dalla pediatra. Forse tonsillite, forse scarlattina. Non si sa bene, ma è meglio cominciare l’antibiotico.

Al pomeriggio la febbre non c’è più ma io sono una donna distrutta.

Conto i minuti dall’incontro in pizzeria – organizzato da me, tanto per girare ben bene il coltello nella piaga – con gli altri bambini e genitori.

La pediatra ha detto di usare il buon senso, e di vedere come sta la piccola. Capisce anche lei che siamo in una situazione estrema.

Sono le sei.

Stappo un prosecco. E’ d’obbligo perché lei comincia ad avere una prima linea di febbre.

Siamo tutti vestiti per la festa, decidiamo di provare, mal che vada torneremo a casa.

In pizzeria rimane sulle ginocchia di mio marito per un’oretta mentre i suoi amici scorrazzano per il ristorante.

Poi mi giro e anche lei è nel gruppo che gioca.

Ore 8.45.

I piccoli attori mettono su gli abiti di scena, sono vestiti da cinesi per rappresentare “la Turandot”.

Mentre corriamo tutti per le stradine del centro, i turisti infreddoliti nei bar, guardano la banda di scugnizzi coi cappelli a cono che gli sfreccia davanti.

La Julia non cede, anche lei vuole salire sul palco, ostinata come un mulo non mollerà!

Infatti, dopo mezz’ora è sul palco davanti a cinquecento persone e salta con gli altri compagni.

Chapeau!

Alla fine dobbiamo trascinarla noi a casa.

Forzando la mano siamo riusciti a rispettare ugualmente il programma, è vero.

Ma ieri più che mai ho realizzato che per vivere più sereni nei confronti della vita e del destino, è bene saper accettare – senza farne una tragedia –  che con l’arrivo dei figli, programmare ha una valenza puramente teorica.

Il resto, quello, è tutta questione di culo.

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