Vita di paese: varie ed eventuali

Trasferirsi in un paese di seimila anime, rispetto ad uno di duecentomila ma distante appena duecento chilometri, potrebbe essere per molti (compreso mio marito che da americano, quando stavamo traslocando “non gli sembrava neanche di cambiare città” visto la vicinanza) un cambio da niente.

Eppure le differenze, non tanto di regione in sé, piuttosto di mentalità e stile di vita, per un occhio da Mrs. Fletcher, non sono del tutto irrilevanti. 

La lingua, come si sa, gioca un ruolo importante nella comunicazione tra i popoli … ! I nativi, come potrebbe succedere in un qualsiasi paesino dell’appennino parmense, fanno del dialetto la loro lingua di preferenza e benché alle volte abbia voluto spiazzarli con una o due frasi del mio dialetto – che non stava affatto male nel contesto – la triste verità è che a parte “sci“, “cuscì“, “piggio“, “fante” il ligure mi risulta ancora piuttusto indigesto.

Posso però sempre tirar fuori per l’occasione un “belandi” o “belinata” per sentirmi molto inserita.

Ci si imbatte con più frequenza nello spirito di comunità, di appartenenza, quella spassionata gentilezza che rende il confronto con la città ancora più stridente e ci vuole un po’ – da cittadini avvezzi al “comunque vada, io mi faccio i cazzi miei” – ad abituarsi a questa piacevole e inconsueta invasione di campo.

Quando lasci il finestrino della macchina abbassato, i vicini ti suonano per dirtelo, e se ti succede di attraversare un periodo di precoce demenza senile, lasciando più volte la chiave della macchina infilata sulla portiera nel posto più frequentato del paese…invece di vivere scene di disperazione davanti ai vigili, si ritrova la macchina nel medesimo posto!

Quando la scorsa settimana, presa da uno di quegli attacchi senili di cui al punto sopra, ho dimenticato il portafoglio alle giostre nel parco, non trovandolo più dopo mezz’ora, il mio alter ego cittadino e sadico ha esultato: “anche qui ti ciulano il portafoglio, smetti di crogiolarti nell’illusione che qui sia un paradiso”.

Aveva quindi il sapore della commedia all’italiana, quando una settimana dopo, dai vigili urbani, stringevo ebete e incredula il mio portafoglio scassato con dentro ancora tutti i soldi e i documenti che una signora si era presa la briga di riportare al comando. Che poi, mica era per le carte e i soldi – pochi – che mi rodeva, macchè, era per quelle foto tessera risalenti al paleozoico, dai diciottanni in su, che mi ritraggono con pettinature passate indenni agli anni novanta, al pogo in pista coi Rage against the machine e ai tagli drastici a causa di fregature amorose. 

A volte però sembra di vivere dentro 1984, e l’occhio del Grande Fratello sembra posarsi asfissiante sulla vita di ognuno.

Pare di camminare sul filo teso del trapezista, e capire dove mettere i piedi, nel territorio della socialità, diventa indispensabile per la sopravvivenza. Dietro la patina di una convivenza pacifica, possono nascondersi odi ancestrali, antipatie viscerali, piccole faide che durano da che si ha memoria.

L’inimicizia, alimentata da un vocìo che mai cessa, striscia per mano dell’invidia, se si rappresenta una minaccia per il proprio orticello.

La vita di paese è fatta di uomini e gli uomini sono uguali in tutti i paesi del mondo.

Quello che cambia, è che il contatto con il bene e il male si fa più più vicino.

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