Fino a dove possiamo spingere i nostri figli?

corso di nuoto

Quando la scorsa estate, durante uno di quei venti secondi di distrazione nei quali è umano che le mamme scivolino, ho avvistato con la coda dell’occhio la piccola di due anni già dentro fino alle spalle nell’acqua senza braccioli, ho pensato – dopo averla recuperata con uno scatto alla Bolt – : “Queste due il prossimo anno imparareranno a nuotare”.

Il giorno dell’apertura delle iscrizioni al corso estivo, la scena era fin peggio delle mie catastrofiche aspettative, a cui mi aveva preparato un’amica di qua.

Sole cocente delle due del pomeriggio in estate.

Le iscrizioni al corso vengono effettuate a modi Alcatraz.

Le mamme (perché diciamocelo, di padri ne ho visti in un paio e soprattutto come paggetti di sostegno per le madri comunque presenti) dalla parte della cancellata e le “autorità” (in quel momento le persone preposte all’iscrizione rassomigliano in modo impressionante a dio) dentro alla piscina. Niente tavoli, poltroncine, ombrelloni, scrivanie: niet!

Noi – accalcate con bambini che scorrazzano in preda all’isterismo da eccitazione (quelli che hanno già fatto il corso gli anni precedenti) o silenziosi come chi è consapevole di andare al patibolo – dobbiamo gridare all’altra parte la fascia oraria in cui vorremmo inserire i nostri figli.

Ed è qui che mi arriva la prima brutta sorpresa: la piccola (cosiddetta “non toccante”) non potrà partecipare al corso, quest’anno non organizzano il corso dei piccoli.

“Grana”. Era lei che mi serviva come motore di traino per convincere la grande che, fin da quando le ho parlato del corso di nuoto lo scorso anno, mi ha sempre risposto, serafica: “Io non lo voglio fare”.

La mia amica, così inserita da avere anche lei un’aurea di santità, si fa largo e iscrive la più grande al turno delle….che ne so, ora che non devo più considerare la nanna della piccola, qualsiasi orario sembra superfluo.

“Tre”. Comunico sudata e appiccicatissima mentre, la più grande, comincia la sua trasformazione in cozza di terra.

Ora non ci resta che aspettare che chiamino i bambini – in ordine sparso e illogico, almeno ai miei occhi – e gli facciano fare la prova in acqua per determinare le loro competenze e così suddividerli.

Nell’attesa, di almeno un’ora e mezza, succede di tutto.

La grande inzia un pianto isterico, strappa lacrime, che quello di Sofì quando corre e cade per strada ne “La ciociara” sembra al confronto l’interpretazione di una del Grande Fratello che si cimenta nei panni di attrice.

E’ avvinghiata a me, in braccio con gambe e braccia a ventosa e non ne vuole sapere di staccarsi.

L’ultima volta che l’ho vista così era durante il primo giorno del primo anno di asilo quando, staccata da forza da me, mi era stata riconsegnata dopo circa un’ora di pianto inconsolabile. 

Le altre mamme di compagni di classe, cercano una lenta e producente azione di convincimento, dicendo che anche i suoi amici, l’anno scorso, non ci volevano andare al corso ma che adesso non vedono l’ora. 

E infatti, i due sono il ritratto della gioia, in muta (le temperature dell’acqua si aggiano intorno a quelle del ghiacciaio Perito Moreno in inverno) guardano mia figlia e le dicono, con quel tono cantilenante tipico dei cinquenni: “Anche noi avevamo paura ma poi ci è piaciuto, Julia!”

Passa un mezz’ora e comincia a rilassarsi, inizia a giocare con gli altri bimbi in attesa del loro turno e inizia pure a ridere, ma a me non la conta.

Siamo sempre ad un passo dal baratro.

Dentro di me, si accavallano momenti di cedimento del tipo “E’ giusto forzarla?” a quelli di stoica determinazione come “Viviamo al mare, deve essere in grado di stare a galla!”.

Nella mia mente riecheggiano le storie di quegli adulti che non hanno mai imparato a nuotare (o a suonare il flauto traverso o cucinare, che ne so) perché forzati da piccoli da un genitore sadico.

Ricordo mia madre – ai concerti di mio padre – che mi gridava dalla pista da ballo: “Dai su vieni a ballare!” , manco fosse la ballerina bionda di Dirty Dancing e ci è voluto tutto l’alcool del mondo per farmi sbloccare dalla sindrome da centro pista, una volta adulta.

Mi stavo trasformando anch’io nel surrogato di mia madre?

Stavo forse forzando la mano?

Alla fine, la prova l’ha fatta e con un’altra buona dose di insistenza il corso ha cominciato a prendere il volo.

Alcatraz continua.

Noi mamme, sotto il sole a trentacinque gradi, in piedi attaccate al cancello, guardiamo i piccoli dentro la vasca mentre sguazzano e se la godono. 

La linea di demarcazione tra il giusto e sbagliato continua tuttavia ad esistere, ricordandoci che tra lo spingere i nostri figli verso qualcosa di inadatto che finiranno per rimpiangere da adulti e tirar fuori invece i loro talenti, il margine è sottilissimo.

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