Il turista che vorresti non incontrare mai

cafone

Ieri pomeriggio, dopo il già citato corso di nuoto, scendo in spiaggia con la grande per un paio d’ore di relax.

Certo, siamo a luglio e anche durante la settimana, la poca spiaggia libera che ci hanno lasciato è un carnaio di ombrelloni e asciugamani. Tuttavia, l’orario non è male e finiamo per trovare un ottimo posto in prima fila davanti al mare. E’ un posto di quelli onesti, guadanato con fair play senza rompere le palle a nessuno.

Ci tuffiamo in mare e ci godiamo la frescura dell’acqua.

Tempo cinque minuti e mi accorgo che non siamo più in pole position.

Una famiglia di italiani ha appena steso un telo di quelli formato famiglia (presente quelli tipo con gli elefanti indian style che vendono gli africani in spiaggia?) tre metri per tre, lasciando tra loro e noi venti centimentri scarsi. 

Mi sento come nel video di Dido “Thank you“, dove la sua graziosa casetta lilla sta per essere spazzata via dalle gru e dalle ruspe (o se preferite come nel cartone dei Barbapapà).

La prima reazione sarebbe di uscire dall’acqua, ristendere l’asciugamano ancora più vicino al loro e piazzarmi col piede insabbiato proprio sul loro muso, ma non vorrei creare ulteriori traumi a mia figlia – che probabilmente, per il solo fatto di trovarsi con me quando guido, diventerà una psicopatica del volante – e quindi subisco in silenzio, come fanno tutte le persone che hanno più sale in zucca dei bifolchi che popolano questo pianeta.

E finisco per respirare a pieni polmoni la Marlboro Light che la signora mi sfumazza sotto il naso.

Italiani! Verrebbe da dire (il che è spesso quello che si sente in giro per il mondo) ma credo che il turista cafone sia in realtà un apolide.

Che ne dire infatti dell’australiana che ha lanciato un portacenere addosso alla proprietaria di un albergo qui in zona, solamente perché non era contenta di qualcosa?

Vogliamo parlare della coppia di francesi che – a finestre spalancate – ha deliziato il folto pubblico riunito in piscina, con un orgasmo in stereofonia?

E i tedeschi che nel parco protetto delle Cinque terre davanti al cartello “vietato staccare le piante” si sono intascati senza troppi complimenti un’aloe stupenda?

Gli americani che popolano come mandrie impazzite queste parti, non potrebbero forse cercare di sforzarsi nell’esprimere una o due (non chiediamo molto) parole in italiano, invece di investire gli operatori turistici con un fiume di parole in inglese? Che poi, non è l’inglese di per sè, ma l’arrogante pretesa, vagamente coloniale, che il mondo debba capirli…

I turisti in definitiva si dividono in tue categorie. 

Quelli che lasciano casa con lo stupore, l’apertura mentale e quella umile riconoscenza che per il semplice fatto di essere in vacanza (tanta roba, al giorno d’oggi) tutto ciò che sbatte contro il loro naso è motivo di rallegramento.  

E poi ci sono quelli che proprio perché lasciano casa, magari un lavoro della cippa, una vita insoddisfacente, una città poco stimolante, una volta arrivati all’estero, credono di essere la reincarnazione del ‘bambino d’oro’.

La speranza, ovunque ci si trovi, è quella di non dover mai incontrare quelli appartenenti alla seconda categoria.

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