Non toccate mia figlia o divento una bestia

mamma orsa

 

Nonostante Levanto abbia una baia discretamente ampia, ci sono solo alcuni fazzoletti di sabbia dove ci si può sdraiare liberamente in estate, se non si vuole pagare cifre spropositate ai bagni privati.

Su uno di questi appezzamenti ridicoli eravamo posizionate ieri io e le mie figlie.

Intorno a noi, decine di ragazzi in acqua o sul bagnasciuga presi a giocare a pallavolo o calcetto. Fino alle tre e mezza questa parte di spiaggia è relativamente tranquilla e popolata da gente civile, ma dopo le quattro del pomeriggio l’atmosfera si surriscalda e i ventenni del posto arrivano smaniosi di mostrare il loro testosterone, cimentandosi con prodezze atletiche in stile Ipanema e giochi di gambe alla Cristiano Ronaldo.

La realtà è che stare in mezzo a loro non è affatto divertente, soprattutto se in presenza di bambini piccoli che rischiano costantemente di prendere pallonate in faccia.

E l’esperienza della spiaggia si trasforma in un momento di stress da sorvegliato speciale.

Ieri pomeriggio, oltre ai solilti noti che ormai conosco di vista, c’era un gruppetto particolarmente scalmanato che giocava vicino alle mie figlie che – per grazia divina – s’intrattenevano in silenzio in riva al mare; quindi, invece di rilassarmi leggendo qualche pagina de Il fatto quotidiano, dovevo continuamente monitare che qualcosa non le colpisse.

E come volevasi dimostrare, in un attimo, vedo sparire la mia figlia più grande, affossata da uno dei giocatori che nella foga da imbecille, la centra alla testa facendola finire sott’acqua.

In una frazione di secondo – il film che chiunque ha girato nella propria testa almeno una volta nella vita e mai messo in scena – diventa realtà.

E io divento la protagonista dei sogni castrati di centinaia di genitori che in spiaggia, per quieto vivere, mandano giù, subendo.

Mi alzo in piedi come una furia e con uno scatto istantaneo corro in acqua e assalgo il nemico. Ho la freddezza di guardarlo negli occhi e cogliere tutto il suo stupore nel vedere una donna che urlando gli vola addosso e lo spinge via con forza, insultandolo.

A questo punto, sulla spiaggia nell’orario di punta, cala il silenzio. Tipo quelli qualche secondo prima che arrivi un terremoto.

Il nemico, ripresa coscienza di quello che è accaduto, ha il fegato di insultarmi.

E mentre lui è ormai certo che mi defilerò dopo l’improvvisa sfuriata, non ha l’intelligenza di intuire che ormai la bestia è stata svegliata e non ha per niente voglia di mollare la presa.

Mi avvicino con passo da bulletto di periferia, gonfiando il petto incurante del costumino striminzito a triangolo, gli arrivo a un centimetro dalla faccia ( in quel momento so di avere gli occhi dell’intera spiaggia puntati su di me) e gli ringhio: “COSA-HAI-DETTO?”

Lui non reagisce, volano ancora un paio di insulti e poi ci allontaniamo.

Mi giro verso il mio telo da mare e osservo una cosa che ha del miracoloso: le decine di palle che svolazzavano in mare qualche minuto prima, sono sparite. Non ce n’è più neanche una!

Il ragazzo torna, lamentandosi che “l’ho aggredito”, ed è allora che con lucida calma gli scandisco, chiarissimo, il concetto: “Fai male a mia figlia, e io ti ammazzo”. Peccato che in quel momento, io non abbia una sigaretta da soffiargli in faccia, sarebbe stato semplicemente sublime.

Parliamo, e dopo aver chiarito alcuni punti tra cui il fatto che è bene tenga a mente la mia faccia visto che non sono una turista ma vivo qui, ci stringiamo la mano in segno di pace.

Rimango a presidiare il territorio, di lasciare il campo non se ne parla nemmeno, il messaggio deve arrivare forte e chiaro agli altri bifolchi con il pallone nascosto da qualche parte.

Quando avevo vent’anni e molto di più da dimostrare al mondo, non ho mai alzato le mani su qualcuno.

Ci si stupisce di quanto circostanze straordinarie, evidenzino caratteristiche di noi stessi, rimaste sopite per tutta la vita.

Ma ancor di più mi stupisce sapere con certezza che aggredire un ragazzo è solo il primo passo di quello che potrei ancora fare, se qualcuno tocca mia figlia.

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