Il parco giochi non sempre è la soluzione

pietra di bismantova

Qualche giorno fa ci siamo trovati nel dedalo simil-dantesco di strade di montagna che da Levanto portano al passo del Cerreto prima, e giù nell’Appennino reggiano poi, per una sosta di ventiquattro ore da amici. Il viaggio, come sempre, è stato intervallato dalle inevitabili, prevedibili e scontate lamentele sulla durata del viaggio, sull’entità del presunto mal di pancia, sulla necessità impellente di guardare un cartone, sulla diatriba se ascoltare “Iron Lion Zion” di Bob Marley o il cd del concerto di Simon and Garfunkel a Central Park.

Ventiquattro ore dopo, con un buco da riempire di cinque ore per arrivare al successivo appuntamento mondano, la priorità era quella di mantenere calme le due passeggere riottose, nella calura a trentacinque gradi.

La risposta automatica da genitore medio mi ha portato a disegnare mentalmente (guai a farsi scappare qualcosa di allettante prima del tempo) un’ipotetica sosta in un parco giochi lì vicino con tanto di animali a disposizione dei bambini.

Se non che, qualche chilometro più avanti, il cartello storto con la scritta “Pietra di Bismantova” è apparso sul ciglio della strada e mi ha chiamata.

Se in trentasette anni, vivendoci a un’ora di distanza non mi ci sono manco avvicinata per sbaglio, difficile pensare che vi sarei tornata nel prossimo futuro ora che sono a tre ore di macchina; per non scordare che solo sotto sequestro e bendata potrei rifare la statale 63 fino a qui.

Le belve, opportunamente tenute all’oscuro di piani ben più paradisiaci, non hanno fiatato, ma continuavano a chiedere quando saremmo arrivati a scalare la montagna.

Se molti intorno a noi erano attrezzati coi ferri del mestiere, cioè con scarpette, ganci e caschi da arrampicata – per cui la Pietra è famosa – , la nostra scalata è stata un attimo più caricaturale. La grande portava ciabatte da spiaggia per camminare sul pietrisco scivoloso e polveroso, la piccola aveva delle Crocs rosa e più che scalare, strisciava con passo del giaguaro, trascinando dietro sè una nuvola bianca. Io sfoggiavo delle Birkenstock nere che al ritorno erano bianche, mentre mio marito alzava un po’ la media con delle scarpe da ginnastica da città.

Sul cibo però non avevamo eguali: quattro enormi panini con cotto e emmental che potevano sfamare la metà dei camminatori, ed erbazzone a volontà. Ogni quarto d’ora ci fermavamo per rifocillare i nostri deboli stomaci manco fossimo in cordata sul Cervino.

Sulla cima della pietra – per i più fantasiosi, una Ayers Rock de noantri – il panorama era inaspettatamente splendido.

Sì, certo. Lungo la via ci sono stati molti lamenti, diversi piagnucolii, perfino qualche attacco di nervi, ma non si trattava di stare in miniera, solamente di armarsi di un po’ di pazienza e immaginazione per portare tutti alla meta.

Le mie figlie, si sarebbero divertite di più al parco giochi con caprette e pavoni in libertà? Forse.

Noi genitori, un po’ meno, anche se sicuramente ci saremmo riposati di più sia mentalmente che fisicamente.

Eppure non credo che assecondare sempre e comunque le voglie – reali o presunte – dei nostri figli sia necessariamente positivo per la famiglia; i desideri degli adulti sono, contrariamente a quanto si pensa, importanti allo stesso modo.

Rinunciarvi per spingere qualche ora un’altalena non sembra granchè un buon affare.

Al principio si rinuncerebbe ad una Pietra di Bismantova qualsiasi, poi magari ad un viaggio in una capitale europea per soggiornare un paio di settimane in un villaggio per famiglie in riviera.

E alla fine, si farebbe addirittura fatica a ricordarsi dei propri sogni.

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